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Alla ricerca dell’autonomia: rapportarsi con la prima adolescenza

Capita spesso che ragazzi e ragazze dagli undici anni in poi assumano atteggiamenti e comportamenti diversi dal consueto, inattesi e che talvolta generano preoccupazione nei genitori. Tali cambiamenti mplicano una modifica importante nelle dinamiche relazionali gentori-figli.

L’entrata nell’adolescenza

Cosa succede in questi anni? La pubertà è una fase del ciclo vitale caratterizzata da numerosi cambiamenti fisici, emotivi e cognitivi. Gli adolescenti sono proiettati all’esterno ed iniziano le prime contestazioni delle regole. Ribellarsi è un mezzo per affermarsi e differenziarsi dalla precedente generazione.  Genitori e figli sono chiamati a negoziare il bisogno di controllo con quello di indipendenza.
L’inizio dell’adolescenza non si presenta con le stesse caratteristiche per tutti. Per alcuni è una graduale conquista dell’età adulta, mentre per altri può essere più turbolenta e carica di conflitti. “Non lo/a riconosco più!” è una delle frasi tipiche che i genitori si trovano a dire parlando dei loro figli adolescenti. Ciò accade perchè la crescita in questa fase della vita è discontinua. Possiamo immaginarci un’evoluzione simile al percorso che fa una molla. Non abbiamo più a che fare con dei bambini ma neppure ancora con degli adulti. I comportamenti più infantili si alternano quindi  a sperimentazioni più mature che mandano in confusione i genitori.

Gli adulti sono chiamati ad ascoltare ed accettare i nuovi bisogni di crescita e, parallelamente, ridefinire la loro funzione genitoriale. Invece, i figli adolescenti sono impegnanti nell’importante compito di costruire la propria identità.

Come risolvere il dilemma tra controllo e fiducia?

Il dilemma per gli adulti resta spesso il come e quanta libertà dare ai figli. In questo senso non esiste una regola valida per tutti. É importante valutare i vari contesti all’interno dei quali i ragazzi chiedono di muoversi in autonomia e quanto è solida la fiducia di base. Avere la possibilità di essere autonomi in alcuni campi (compiti scolastici, sport, frequentare gli amici) è un ottimo banco di prova per gli adolescenti. É fondamentale per la loro crescita mettersi in gioco in attività pratiche e relazionali nuove. Sono occasioni per fare esperienza, prendere scelte autonome e valutarne le eventuali conseguenze. Per affrontarle con successo gli adulti devono essere sensibili e responsivi ai bisgoni di crescita che i figli pongono, costruendo una base sicura.

Desiderio di autonomia ed esplorazione non possono essere negati ai figli. Occorre trovare insieme a loro un modo per gestirle. Alla base della relazione deve essere posta la fiducia e la possibilità di confronto e dialogo sinceri.
I genitori dovrebbero passare dal controllo, più adatto ai figli nell’età dell’infanzia, alla supervisione. Un modo per rappresentare una guida per i propri figli, accompagnandoli nelle loro esperienze mantenendo un controllo indiretto.

Attraversare questo periodo evolutivo è una sfida familiare e non solo dell’adolescente. Non è semplice trovare un’apertura al dialogo. Gli adolescenti si circondano di mistero agli occhi dei genitori, ai quali talvolta possono raccontare bugie per preservare la loro indipendenza. I figli sono spesso sfuggenti e assumono un atteggiamento quasi di fastidio quando il dialogo si trasforma in domande serrate. I genitori hanno il compito di mostrarsi disponibili ed accogliere il dialogo quando saranno i figli a ricercarlo. La comunicazione sarà facilitata dall’apertura dei genitori nei confronti degli altri adulti che ruotano intorno ai figli e dalla curiosità sincera per i loro amici.

Quando l’esplorazione diventa rischiosa

Alcuni comportamenti dei giovani ragazzi possono però trasformarsi in situazioni rischiose per un sano sviluppo e per la salute. Una delle necessità dei ragazzi è quella di diventare subito grandi! Spesso ci si può illudere di raggiungere l’età adulta semplicemnte mettendo in atto comportamenti caratteristici di questa fase. In particolare, fumare, bere alcolici, iniziare precocemente l’attività sessuale. Tutti o alcuni di questi comportamenti vengono però messi in atto senza avere a disposizione, per un’immaturità cognitiva ed affettiva coerente con l’età, gli strumenti necessari. E’ fondamentale per gli adulti capire le ragioni per cui tali comportamenti vengono messi in atto e non sottovalutare la necessità di crescita. Parallelamente offrire agli adolescenti spazi e momenti per mettersi in gioco come in attività non rischiose. Riconoscergli fiducia e dar loro delle responsabilità in cui possano sentirsi attivi ed essere riconosciuti.

L’importanza delle regole

Le regole, se chiare, concordate e spiegate ai figli, sono fondamentali a qualsiasi età. Una volta interiorizzate sono una bussola necessaria per orientarsi anche quando gli adulti sono lontani. Sono rassicuranti, anche quando contestate, perchè pongono limiti entro i quali sentirsi contenuti. Porre le regole da parte dei genitori non garantisce che queste verranno sempre rispettate. Consentono però di evitare sentimenti di disagio ed ansia di fronte a situazioni nuove e inaspettate. Inoltre, porre le regole consente di evitare l’escalation di comportamenti rischiosi quando messi in atto per testare la tenuta degli adulti. A questo proposito è fondamentale reagire con fermezza quando le regole vengono infrante. Fornendo contemporaneamente  modelli comportamentali alternativi e più funzionali per fare in modo che le regole siano interiorizzate. Sostenere i ragazzi nel processo di esplorazione, a tutte le età, aiutandoli a valutare i rischi, i limiti e risorse personali e quelle legate al contesto per prepararli ad essere adulti consapevoli.

a cura di dott.ssa Iolanda Esposito 3403411541
psicologa-psicoterapeuta, studio di Firenze: Viale Lavagnini, 12

Separazioni e divorzi: comunicarlo ai figli e mantenere l’alleanza genitorale

Gli ultimi dati disponibili indicano una forte diminuzione dei matrimoni nella popolazione tra i 25 e i 34 anni. Parallelamente sono in aumento i divorzi che sono quadruplicati dal 1991 ad oggi in tutte le fasce di età. (Istat, 2018).

La crisi della coppia che porta alla separazione può avvenire in varie fasi dell’unione. Un primo picco di separazioni si registra già al primo anno di matrimonio, successivamente a seguito della più nota “crisi del settimo anno”.  Infine quando i figli sono ormai grandi e i genitori si devono confrontare con la “sindrome del nido vuoto”.

In qualunque momento si giunga a tale decisione è inevitabile che ad essa siano associati sentimenti di rabbia e delusione. Ognuno dovrà confrontarsi con il fallimento di un progetto in cui aveva investito. A questi vissuti si aggiunge spesso il timore per le conseguenze che la separazione avrà sui figli e come comunicare loro la notizia, soprattutto se sono ancora piccoli.

  • Mantenere l’alleanza genitoriale

Mantenere le funzioni di cogenitorialità a seguito di una separazione è senz’altro un compito molto impegnativo. Possibile solo se entrambi gli ex coniugi saranno disposti a rispettare la funzione genitoriale dell’altro in considerazione del benessere dei figli. In caso contrario saranno proprio loro, i bambini, a farne le spese.

  • Ma cosa si intende per cogenitorialità?

Il termine deriva dall’inglese coparenting. Indica la collaborazione genitoriale necessaria per stabilre e condividere i comportamenti che garantiscono lo sviluppo fisico e psicologico dei propri figli.  Implica la bigenitorialità: il diritto dei figli a relazionarsi con entrambi i loro genitori e il riconoscimento della relazione genitori-figlio come fondamentale per lo sviluppo dei bambini.

Al giorno d’oggi i compiti di accudimento ed educazione dei figli sono distribuiti in maniera più equa rispetto al passato e, in parte, delegati (asili nido, nonni, baby-sitter).

Avere a disposizione una rete alla quale far riferimento per l’allevamento dei figli rappresenta una grande risorsa, soprattutto in caso di separazione. La cogenitorialità però non si esaurisce con la sola organizzazione pratica dei tempi della vita quotidiana.

Essa si riferisce piuttosto alla qualità delle relazioni educative e alla modalità con cui i genitori coordinano il proprio stile educativo. Altre fondamentali qualità sono la modalità di gestione del conflitto, il supportano e il riconoscersi reciprocamente nella funzione genitoriale.

I genitori separati sono chiamati perciò a negoziare nuovi equilibri di vita. Devono accordarsi rispetto alle decisioni importanti sulla vita dei figli e sostenersi come genitori. Cercando di non cedere all’arma della squalifica dell’altro.

Praticare la cogenitorialità richiede quindi ai genitori di mantenere un rapporto fondato sulla correttezza, il rispetto, la fiducia reciproca. Questi aspetti fondamentali dell’alleanza genitoriale spesso vengono a mancare all’interno di una coppia in crisi.

É quindi fondamentale mantenere separati questi due piani, coniugale e genitoriale, e non permettere che i risentimenti nei confronti del partner si riversino nella sfera genitoriale…non è impresa semplice!

Quando il conflitto è molto aspro ed impedisce una comunicazione funzionale a stabilire accordi può essere utile intraprendere una mediazione che attenui i conflitti e permetta di superare le ferite e le delusioni della fine del rapporto.

  • Come dirlo ai figli?

Comunicare ai figli la decisione di separazione rappresenta inevitabilmente un momento critico e doloroso. La prima regola da tenere presente è quella di dire la vertità.

É importante essere chiari sul fatto che la separazione è una decisione definitiva che comporterà molti cambiamenti, questo permette ai bambini di non attaccarsi a fantasie di riconciliazione che finiranno per deluderlo e riducono il rischio del bambino di impegnarsi in prima persona in tentativi di ricongiungimento.

Riguardo ai motivi della separazione è importante rassicurare i figli sul fatto che sono scelte che riguardano gli adulti, loro non ne sono in alcun modo responsabili. Convincerli non sarà semplice magari perchè sono stati in passato argomento di dispute.

É utile spiegargli che le relazioni sono complesse e spesso l’amore tra i partner può esaurirsi, senza cancellare i momenti felici del passato. Non è invece necessario mettere a conoscenza i figli di situazioni specifiche che hanno portato alla separazione (tradimenti, ragioni che riguardano la sfera privata ecc..) le questioni più intime devo rimanere tali, in questo modo di preserva la separazione tra i confini generazionali e si evita il rischio di chiedere implicitamente ai figli di schierarsi a favore dell’uno o dell’altro, mettendoli di fronte ad un dilemma di lealtà nei confronti dei genitori.

Ovviamente i bambini dovranno essere riconosciuti nei loro sentimenti negativi, che non vanno minimizzati, e rassicurati sul fatto che i genitori saranno sempre disponibili per aiutarli a superare questo momento difficile.

A cura di dott.ssa Iolanda Esposito Psicologa-Psicoterapeuta 3403411541

riceve a  Firenze Viale Spartaco Lavagnini, 12

 

L’inizio della scuola tra entusiasmo e paure

L’inizio di un nuovo anno scolastico è per tutti, genitori e figli, un momento emotivamente carico.

L’eccitazione di intraprendere un nuovo percorso e  la gioia di ritrovare i vecchi compagni di scuola, dopo la pausa delle vacanze, spesso si accompagnano ad ansia, paure e stress.

In questa fase così delicata i genitori hanno un ruolo importante nell’aiutare bambini e ragazzi ad affrontare al meglio il rientro a scuola. Alcuni consigli pratici potranno aiutare i genitori a risolvere in modo positivo questi momenti a volte critici:

  • Ripristinare la routine: occorrere far riacquisire al bambino in modo grauale quelle abitudini legate al proprio periodo scolastico che sono andate perse con le vacanze, riabituarsi agli orari, riorganizzare la scrivania, fare qualche compito per riattivare la concentrazione.
  • Ccosa mettere nello zaino? la scelta del diario, dei materiali e di cosa indossare il primo giorno di scuola può diventare un momento di condivisione con i propri figli, può aiutarli a farli sentire più sicuri  e crea l’occasione per parlare delle loro sensazioni, emozioni e paure.
  • Non sovraccaricarli di aspettative: per poter arrivare rilassati a scuola e godersi il rientro è importante non sovraccaricare i figli con eccessivi stimoli, indicazioni o preoccupazioni. Gli adulti sono il principale punto di riferimento ed hanno il compito di tranqullizzare i propri figli, far sentire loro la vicinanza e rassicurarli sul fatto che è del tutto normale sentire un pò di ansia all’inizio, magari raccontando loro le proprie esperienze ed emozioni sperimentate da piccoli o aiutandosi attraverso la lettura di una favola che racconti questa situazione emotiva.
  • Non sottovalutare i segni di malessere: piccoli segnali di ansia e disturbo nei primi giorni dopo l’inizio della scuola sono molto comuni. I  sintomi più frequenti sono il mal di pancia, il mal di testa, le difficoltà del sonno che in genere si risolvono in modo spontaneo in circa tre settimane. In alcuni casi però il malessere può prolungarsi e procurare molta sofferenza nei bambini e ragazzi. È importante per i genitori fare attenzione a quei piccoli segnali comportamentali e parlare con i propri figli per capire cosa li preoccupa, se si sono verificate situazioni spiacevoli a scuola o episodi che li hanno turbati.

Se nel corso dell’anno scolastico le difficoltà non si sono risolte o attenuate ma, al contrario, sono incrementati i maleseri somatici e l’irritabilità è possibile che sia sviluppato nel bambino o nell’adolescente un disturbo d’ansia scolastica. 

Si tratta di disturbi d’ansia dell’età evolutiva ed adolescenza che riguarda sempre più bambini e ragazzi, con picchi che si presentano nei momenti di passaggio del percorso scolastico: tra i 5-7 anni, all’inizio della scuola primaria, tra i 10-11 anni con l’ingresso alla scuola media e tra i 13-14 anni con il passaggio alla scuola superiore.

In questi casi il disagio emotivo è molto intenso e nasce dal normale desiderio di essere amati, accettati ed apprezzati che si accompagna ad una forte paura di essere rifiutati e ridicolizzati. Essa racchiude la paura dell’insuccesso, del giudizio negativo, il timore di non essere all’altezza della prova che si deve affrontare. A differenza dell’eccitazione e della paura che tipicamente accompagnano le nuove situazioni, compresa quella dell’inizio della scuola, l’ansia scolastica produce reazioni che sono intense, frequenti e di lunga durata.

Ma come si manifesta l’ansia scolastica? così come accade per gli adulti l’ansia si associa a manifestazioni sintomatiche, le più comuni sono: mal di testa; male allo stomaco o tensione muscolare, che spesso portano i bambini a chiedere di non andare a scuola o di uscire prima; difficoltà ad addormentarsi; vomito e febbre; crisi di pianto e panico prima di varcare l’ingresso della classe o nel momento in cui si esce di casa per andare a scuola.
Talvolta capita che i genitori interpretino questi segnali come capricci, tentativi di evitare la scuola o moti di ribellione ma, talvolta,  possono nascondere un disagio molto profondo che se non compreso e trattato può accompagnare bambini e ragazzi per molto tempo della loro esperienza di vita.

Queste manifestazioni ansiose si associano a paure profonde che cambiano volto nel corso della crescita, andando dall’ansia da separazione e la paura dell’abandono nei più piccoli, al timore di  non essere accettato dai compagni ed essere vittima di prepotenze, fino all’ansia da prestazione nella convinzione di non essere aderente alle aspettative dei propri genitori. Nei momenti di forte ansia, bambini e ragazzi hanno un’immotivata sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere, a loro stessi o ai loro cari. Risulta spesso difficile per i bambini e i ragazzi descrive o spiegare con precisione cosa provano o sentono, tale impossibilità contribuisce ad incrementare l’angoscia dando vita ad un circolo vizioso che è difficile interrompere.

L’elemento attivante è la paura dell’evento che porta con sé pensieri estremamente negativi ed angosciosi, il bambino può essere sempre alla ricerca di attenzioni e rassicurazioni, ma anche di gratificazioni che lo convincano del proprio valore. In altri casi può attivare meccanismi di evitamento di situazioni (prove scolastiche, luoghi, situazioni sociali).

Quali sono i segnali da considerare a scuola? L’ansia scolastica si manifesta a scuola tipicamente con: – eccessiva preoccupazione per le verifiche, le critiche e i giudizi; – calo del rendimento; – difficoltà ad entrare in classe; -bassa autostima; – difficoltà di concentrazione; – irritabilità; – intolleranza alle frustrazioni; – tendenza  a non portare a termine i compiti.

A cosa bisogna fare attenzione a casa? Nell’ambito domestico è importante non sottovalutare queste espressioni di bambini e ragazzi: – eccessiva preoccupazione per le prestazioni scolastiche; – preoccupazione per la puntualità; – paura di sbagliare; – mancana di fiducia; – irrequietezza; – richieste di approvazione; – disturbi del sonno.

Cosa è possibile fare? Una volta riconosciuto il forte malessere di bambini e ragazzi è importante rivolgersi ad uno specialista che li accompagni in un percorso alla scoperta delle loro emozioni, aiutandoli a riconoscerle, dare loro un nome e trovare un modo più funzionale per esprimerle. Il trattamento dei disturbi d’ansia in bambini ed adolescenti non può prescindere dal coinvolgimento anche dei propri genitori. Le manifestazioni ansiose vanno lette come  esternazione di angosce e paure sperimentate nel profondo che hanno un legame con il mondo relazionale di chi le sperimenta. Inoltre,  quando un bambino manifesta sintomi ansiosi è frequente riscontrare espressioni simili in altri componenti della sua famiglia. Le paure eccessive dei geniori spesso si trasmettono ai figli, grazie ad un percorso di sostegno rivolto a tutti i membri del nucleo famigliare, sarà possibile imparare a confrontarsi con le proprie paure,  trovare nuovi modi per trasmettere vicinanza ed affetto ai propri figli, senza limitare la loro possibilità di scoperta del mondo, allentando l’iper-presenza e l’iper protettività che, seppur mossa da  nobili intenzioni, porta spesso a concentrarsi più sulle porprie paure di genitore che sui bisogni e le necessità dei figli.

A cura di

dr.ssa Iolanda Esposito -psicologa-psicoterapeuta-

Riceve a: Firenze, Viale Spartaco Lavagnini, 12  cell. 340 3411541

 

 

IL BAMBINO ARRABBIATO

IL BAMBINO ARRABBIATO

A cura di

Dott. ssa Viola Barucci Psicologa Psicoterapeuta

Oggi parliamo del grande quesito che attanaglia molti genitori: “ quali motivi avrà mai un bambino per esplodere in attacchi di collera, sorprendenti quanto apparentemente immotivati? ” È una domanda che mamme e papà si pongono spesso senza trovare una risposta adeguata. La rabbia dei bambini allarma, sorprende, imbarazza, angoscia. Di fronte alla rabbia del bambino spesso noi genitori dobbiamo gestire e contenere non solo le sue reazioni ma anche le nostre: le sue intemperanze in noi risvegliano insofferenza, nervosismo, impotenza e un senso di smarrimento. Come reagire dunque a questa potente e importante emozione?
Il più grande problema, che abbiamo noi adulti quando i bambini si comportano male, è che la prendiamo sul personale e ci sentiamo profondamente feriti.
Bisogna dunque controllarsi e cercare il vero significato dietro ciò che sta succedendo.
Anche se lo scopo di un bambino è di farvi arrabbiare, ricordate che sta cercando di soddisfare o proteggere un suo bisogno. Vi sta dicendo qualcosa di diverso. Bisogna Guardare oltre la superficie, fare un passo indietro, un respiro profondo ed esaminare la situazione più da vicino.
Il bambino, attraverso la rabbia, vuole comunicare una sua necessità. Allora, cercate di capire cosa vi stanno chiedendo, di soddisfarli o, almeno, aiutateli ad esprimere meglio i loro bisogni.
I loro comportamenti hanno dei messaggi precisi. Quando penserete a cosa sta cercando di dirvi un bambino, il suo comportamento non vi sembrerà più così cattivo, ma imparerete a considerarlo come il modo di comunicare più efficace che conosca.
In generale, la rabbia di per sé non è un’emozione cattiva o negativa perché svolge un’importantissima funzione vitale: essa, con le reazioni fisiologiche che determina, prepara il corpo all’azione per intervenire in una situazione che non ci piace. La rabbia è un importante segnale di allarme che ci fa capire che qualche nostro bisogno non è stato soddisfatto.
La rabbia, quindi, non è un’emozione negativa da negare o bloccare, bensì un’emozione da conoscere e comprendere. Ciò che spesso è negativo, è la modalità con la quale la rabbia viene espressa e quindi le conseguenze che ne possono derivare (questo ovviamente vale anche per noi adulti!).

In particolare, la rabbia per il bambino rappresenta:
➢ Una forma di autoaffermazione: Che si ribelli, in modo anche esagerato, è la prova che tiene a se stesso e non sopporta di subire. Se ben incanalata, lo può aiutare a farsi rispettare, a non cedere ai soprusi e alle umiliazioni.
➢ È un modo per chiedere aiuto: La rabbia è il suo strumento di difesa. Se lui non andasse in collera quando ritiene di aver subito un sopruso, non darebbe un segnale della sua sofferenza e tu non ti accorgeresti di https:\/\/www.psicohera.ita.
➢ È uno strumento per saggiare i suoi limiti: Attraverso le prove di forza con i genitori, il bambino capisce i suoi limiti e, dando sfogo all’aggressività, prende coscienza di quanto danno può fare agli altri.
➢ È una richiesta di amore: Quando il bambino diventa improvvisamente aggressivo, il messaggio che sta mandando è il seguente: “Non sento di avere valore per le persone per cui vorrei averne. Mi sento sbagliato, escluso o di troppo”. Messaggio che non va ignorato o represso ma accolto, altrimenti l’aggressività rischia di crescere fino a esplodere in modo vulcanico.

Alcuni bambini riescono a calmarsi grazie a un abbraccio, che è insieme contenimento e contatto, e permette di placare l’agitazione procurata dall’accesso di rabbia. Ma l’abbraccio funziona se l’adulto è calmo e il bambino non è in preda a una crisi di panico. Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.
Ma il bambino che è in una piena crisi di rabbia non va represso: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo. Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri. Per esempio incoraggiandolo a saltare velocemente sul posto contando, fare una corsa in cortile, lanciare per terra un cuscino o rifilare un colpo al materasso. Di fronte a uno scoppio di collera, quindi, non chiedete al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più. Ragionerete insieme in un momento successivo: quando è tornata la calma. Né tantomeno urlate: alzare la voce non fa che stimolare ancora di più la sua reazione oppositiva.
Quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento. Non bisogna insomma identificare il bambino o la bambina con la sua rabbia e le sue reazioni impulsive.
È importante evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni: finiscono col rinforzare la rabbia e innescano nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.
Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto. La presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo, accettando anche quell’emozione così poco piacevole, e che, in fondo, è più forte della sua rabbia. Capita però che alcuni bambini non vogliano che la mamma o il papà rimangano con loro durante una sfuriata. E questa scelta va rispettata. Quando poi le acque si sono calmate, si può cercare capire come mai abbiano chiesto di restare soli.
Passata la furia, per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, parlate di quello che è successo e di cosa ha innescato la rabbia: la rabbia insomma deve diventare oggetto di dialogo. Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima, che come tutte le altre emozioni non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.
Un modo per parlare di rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti bambini arrabbiati. Sollecitano l’identificazione con il protagonista, con le avventure, gli inconvenienti, le peripezie e le soluzioni che prendono forma pagina dopo pagina. E dopo la lettura si può commentare insieme e chiedere quale parte è piaciuta e quale no, e perché.

Consigli pratici per il genitore

Manteniamo la calma
In pratica contieni il bambino in un luogo sicuro mentre sfoga la rabbia, senza rimproverarlo o urlargli contro, ma attendi con pazienza che si calmi da solo.
Vantaggio: vedere che non ci irritiamo aiuta a sdrammatizzare la situazione e lo tranquillizza immediatamente.
Avviciniamoci a lui
Avvicinarsi a lui lo rassicura. Inutile, però chiedergli il perché della sua rabbia specie se è molto piccolo: non saprà dircelo. Meglio usare una frase del tipo “So che sei arrabbiato, andiamo in cameretta?” Vantaggio: lui si sentirà rassicurato dalla nostra presenza e capito.
Insegniamogli altri modi
“Quando urli così, la mamma fa più fatica a capire cosa dici, la prossima volta proviamo a non gridare?”. Poi rassicuriamolo: “Vieni qui che la mamma ti dà un bel bacione…”.
Vantaggio: a volte è il modo più veloce di calmarlo.
Sbollita la rabbia, ne riparliamo
Una volta sbollita la rabbia si può chiedere al bambino cos’è che lo ha turbato a quel punto:
Vantaggio: lo aiuta a riflettere e a conoscersi meglio.

Gli errori da evitare:

Arrabbiarsi più di lui
È umano ma rischia di ritorcersi contro di noi; prendi fiato, conta fino a 10 e cerca di controllare queste reazioni: metterle in atto vuol dire gettare benzina sul fuoco. Ti metti sul suo stesso piano perdendo di autorevolezza e rinfocoli la sua aggressività senza aiutarlo.
Soffocare l’emozione
Più la reprimi, più l’amplifichi e le dai importanza. Meglio lasciarlo sfogare: come tutte le cose umane, anche la rabbia dei bambini ha sempre un inizio, uno sviluppo e una fine.
Cercare di farlo ragionare
Troppe parole rischiano di non far arrivare al bambino l’unico messaggio importante: “ci sono cose che non si fanno, picchiare i compagni è una di queste. Punto e basta”.
Punirlo severamente
Perdi la tua credibilità e non fai altro che rinforzare i comportamenti che intendi sradicare.
Prenderlo in giro
In questo modo si sentirà incompreso, provocato e umiliato anche dalle persone da cui si aspetta rispetto.
Linea dura solo se…
Ci sono situazioni nelle quali la rabbia del bambino sfocia in vere e proprie crisi nelle quali rischia di perdere il controllo e di farsi del male. In questi casi la cosa più importante è fare sentire al bambino che, se lui non è capace di tenere a bada ciò che lo fa infuriare, noi sappiamo farlo per lui. Occorrerà intervenire in modo deciso, lasciando i discorsi a quando la tempesta sarà passata. Lo stesso tipo di intervento risulterà efficace anche se abbiamo a che fare con un bambino dalla personalità molto forte, tendenzialmente impulsivo e focoso. In questo caso mantenere una linea coerente e tenergli testa è molto importante.
Bloccalo fisicamente
Quando un bambino è travolto da un impeto d’ira, sente di non riuscire a controllarsi. Il fatto di essere bloccato con fermezza viene da lui interpretato come un segno che ci si preoccupa di lui.
Vantaggio: gli offre confini protettivi soprattutto quando diventa fisicamente aggressivo (dà pugni, calci, non riesce a stare fermo).
Usa un tono fermo senza urlare
Se fa i capricci o è aggressivo, l’unica cosa che funziona è dargli uno stop fermo con il tono della voce pacato ma inflessibile. Il messaggio è: “Non ci sono spazi di trattativa. Questo non si fa, punto”. Vantaggio: lo rassicura, lo aiuta a confrontarsi con la frustrazione e ad accettare l’autorità.

In base alla mia esperienza nel lavoro con le famiglie e con i genitori, emerge molto frequentemente che il bambino arrabbiato esprime talvolta un disagio che appartiene alla famiglia intera. Capita che il bambino esprima la rabbia al posto di qualcun altro (madre o padre), che si faccia quindi portavoce di un conflitto che stanzia all’interno della coppia dei genitori ma che essi non riescono ad esprimere apertamente. In questo caso, il bambino manifesta il malessere di uno o entrambi i genitori. Al contrario, ci sono invece molto casi dove il bambino assiste frequentemente a conflitti (come nel caso di coppie in crisi, separate o in via di separazione) e per questo esprime il suo disagio attraverso la rabbia (questo è anche un modo per attirare l’attenzione su di sé). Infine, spesso accade che i genitori non riescono a rappresentare un fronte comune nell’arginare la rabbia del figlio e questo purtroppo non aiuta il bambino che non si sente contenuto da entrambi i genitori, ma al contrario sente di metterli in difficoltà e ciò crea soltanto un aumento ulteriore della rabbia (di tutti…).

Inoltre, bisogna sempre andare ad indagare che cosa rappresenta per me genitore la rabbia? Che rapporto ho con essa? Quanto mi permetto di esprimerla? Quanto mi permettevo di esprimerla con i miei genitori? Quando mio figlio è in preda a una crisi di rabbia, che cosa succede dentro di me? Mi sento inadeguato come genitore? Oppure? Che dinamiche interne mi si riattivano?

Queste sono dinamiche molto importanti da considerare, il bambino arrabbiato ci dice e (insegna) tante cose, bisogna saper leggere dietro a questa emozione e rivolgersi a qualcuno che possa aiutare a gestire la rabbia del figlio e la propria.

A cura di

Dott.ssa Viola Barucci

Psicologa – Psicoterapeuta Specializzata in Psicoterapia Familiare, Coppia, Individuo. Ordine degli Psicologi della Toscana n° 6386

Riceve:
Viale Spartaco Lavagnini, 12
Cell. 3496418848 Email violabarucci@gmail.com violabarucci@psypec.it

QUANDO LA COPPIA VA IN CRISI: L’ARRIVO DI UN FIGLIO

“QUANDO LA COPPIA VA IN CRISI: L’ARRIVO DEL FIGLIO”
A Cura di
Dott. ssa Viola Barucci Psicologa Psicoterapeuta

“ Nella caduta ci sono già i germogli della risalita, fragili ma verdi.
Vanno coltivati con premura.”
(Carl Gustav Jung)

L’arrivo di un figlio, comporta un forte cambiamento all’interno dell’equilibrio della coppia: il passaggio dalla vita a due a quella a tre è molto difficile e non sempre procede come avevamo immaginato. Questo è sicuramente un momento meraviglioso e unico, ma allo stesso tempo molto difficile e complicato e la coppia può trovarsi ad affrontare una crisi.
Più in generale, la vita di coppia è molto diversa da quella famigliare, soprattutto all’inizio, quando il bambino assorbe gran parte delle energie fisiche, mentali ed emotive.
Inizialmente, nei primi mesi di vita del bambino, la priorità diventa la relazione madre-bambino, la donna si cala sempre più nel suo ruolo di madre, mentre il padre è ancora un po’ lontano dal suo ruolo e il rischio è che rimanga fuori da quella diade madre-bambino e si possa sentire escluso.
Invece diventa importante che al neo-papà venga “presentato” il proprio bambino, che gli sia concesso di tenerlo in braccio e accudirlo. Nella società di oggi, dove madre e padre lavorano, diventa essenziale che ci possa essere un interscambio dei ruoli, dove anche il padre riesca a mettere in atto comportamenti che un tempo erano solo femminili come cucinare, addormentare il bambino, vestirlo, cambiare il pannolino, senza tuttavia perdere il suo ruolo di padre.
La coppia, ma in genere soprattutto la madre, modifica la propria vita per assicurare al figlio una base sicura su cui fondare la propria crescita, ossia il soddisfacimento di quelli che sono i suoi bisogni primari. L’esperienza del parto può essere estremamente faticosa, così come quella dell’allattamento: le alterazioni del ritmo sonno-veglia, spesso, influenzano negativamente l’umore.
Una coppia che era dotata di un buon equilibrio, riesce a fronteggiare questo momento stressante e transitare dunque dalla vita a due a quella tre, senza rimanere lesa. In questo caso i due partner riescono ad appoggiarsi l’uno all’altro senza mettere in crisi sé stessi e l’identità della coppia e raggiungono dunque insieme un nuovo equilibrio. Tuttavia, quello che risulta complicato è proprio il meccanismo che conduce al raggiungimento di un nuovo equilibrio e questo è ciò che spesso porta alla crisi della coppia.
Tra i fattori che possono determinare la crisi nella coppia troviamo anche l’intrusività delle famiglie d’origine. A tal proposito, emergono come fortemente problematici i rapporti con le rispettive famiglie d’origine e i partner esprimono una rilevante difficoltà a stabilire una “giusta distanza”. In particolare, può accadere che i nonni possano scambiare il concetto di supporto alla coppia con quello di intromissione nella gestione ed educazione del nuovo arrivato. La gestione delle famiglie d’origine può dare spesso adito a forti tensioni nella coppia e un partner può richiedere all’altro di scegliere “da che parte stare”, in un gioco di alleanze e recriminazioni che non farà altro che alimentare la crisi e produrre allontanamento. Anche in questo caso, l’arrivo del bambino richiede una ridefinizione di ruoli e confini nelle famiglie d’origine (il genitore deve passare al ruolo di nonno e accettare che il proprio figlio diventi a sua volta genitore…).
Anche la sessualità, nei primi mesi risente fortemente dell’arrivo del bambino: se da un lato ci sono una serie di difficoltà fisiche nel corpo della donna che fanno calare la frequenza dei rapporti, dall’altro esistono anche alcune componenti psicologiche che si intromettono nella vita sessuale della coppia. I cambiamenti del corpo dopo la gravidanza e il parto sono spesso vissuti male dalla donna: ci vuole tempo affinché torni a riconoscere sé stessa davanti allo specchio. In questo può giocare un ruolo fondamentale anche l’uomo che deve cercare di alleggerire questo vissuto femminile, sottolineando i progressi verso uno stato di forma e minimizzando il più possibile i naturali “difetti”.
Anche per l’uomo, tuttavia, la gravidanza e il parto possono lasciare dei vissuti spiacevoli legati a una visione del corpo femminile improvvisamente diversa: capita che alcuni raccontino di aver vissuto male il momento del parto a causa del sangue e di tutto quello che accade in quei momenti; così come capita di sentire raccontare che il corpo in gravidanza è stato vissuto come qualcosa di lontano dalla sessualità e di avere grosse difficoltà a riacquisirne una visione diversa.
Diventa fondamentale anche in questo caso, cercare di ritagliarsi dei momenti privati che coinvolgano solo la coppia. Una passeggiata a due, una cena, un cinema….

Per evitare che la coppia cada in crisi diventa quindi necessario recuperare uno spazio di coppia, un momento dove confrontarsi e comunicare le proprie paure, preoccupazioni, rabbie ma anche gioie e felicità. Trovare dunque un “ luogo” dove parlare del “ noi ” della coppia, nonostante tutte le difficoltà. Comunicazione e dialogo sono le giuste armi per fronteggiare la crisi, altrimenti è facile che distanza e rabbia prendano il sopravvento e creino un allontanamento. Spesso in terapia di coppia emerge questo bisogno di vicinanza che però non si riesce a comunicare all’altro (a volte manca anche la volontà). In particolare, l’altro viene sentito come troppo lontano e distante e questo porta a un allontanamento e a una chiusura in noi stessi che, a sua volta, conduce a un allontanamento anche da parte dell’altro partner. Questa è una dinamica circolare, che può essere però spezzata con la comunicazione. Tale dialogo nella la coppia implica un riuscire a dire al partner: “ Mi fido di te nonostante tutto”, “So che potrai prenderti di cura di me”, e ha a che fare con l’affidarsi all’altro. Questi temi così profondi, nei momenti di cambiamento della coppia vengono messi in discussione e diventa facile inciampare e andare in direzioni diverse. In questi casi può essere utile rivolgersi a qualcuno di esperto e esterno alla coppia che abbia gli strumenti per aiutarci in questo difficile e complicato momento.

Per ritrovare il noi e riuscire a sentire nuovamente l’altro bisogna fermarsi un attimo e ripartire, trovare un luogo e uno spazio per recuperare questi temi attraverso il dialogo e la comunicazione.

“La vita non è quello che dovrebbe essere. E’ quello che è.
E’ come l’affrontiamo che fa la differenza”
Virginia Satir

Dott.ssa Viola Barucci Psicologa – Psicoterapeuta Specializzata in Psicoterapia Familiare, Coppia, Individuo. Ordine degli Psicologi della Toscana n° 6386
Riceve in Viale Spartaco Lavagnini 12
Cell. 3496418848 Email violabarucci@gmail.com violabarucci@psypec.it

in cosa consiste la BIOENERGETICA

L’analisi bioenergetica rappresenta una delle terapie psicologiche che per prima ha preso in considerazione il corpo come elemento fondamentale sia di espressione del malessere e del disagio psichico, sia di guarigione da questi. Reich, che in qualche modo ne è stato il precursore e Lowen, che ne è stato il fondatore ufficiale, sono stati i primi a prendere in considerazione, nella terapia clinica, tutti gli aspetti corporei, soprattutto individuando le tensioni muscolari e i blocchi energetici. Questi ultimi sono qualcosa che noi tutti ben conosciamo: la tensione che accumuliamo sulle spalle, il collo che non ci permette di muovere la testa liberamente, i dolori cervicali, le tensioni alla zona lombare della schiena, ma anche ai muscoli della faccia, alla mascella; a volte vediamo persone che hanno il viso bloccato in un’espressione di ansia, paura, sorpresa ma non ne sono consapevoli. Gli aspetti formali, cioè il modo in cui ognuno di noi vive la sua vita nel quotidiano: la voce, il modo di guardare, di porsi rispetto agli altri, sono tutti “modi” che ognuno di noi ha per comunicare, per parlare di sé. L’idea su cui si basa la teoria di Lowen è che il corpo e la mente siano un tutt’uno e che il corpo si struttura in ogni persona in un modo diverso a seconda delle esperienze che ha vissuto.  Il corpo conserva la memoria di ciò che ci è accaduto non solo a livello fisico ma anche emotivo, registra sensazioni, emozioni, percezioni vissute e spesso, dimenticate.

I blocchi muscolari sono punti in cui l’energia vitale ha smesso di fluire liberamente e si è bloccata, limitando così le possibilità per ciascuno di vivere la propria vita al meglio.

Uno degli strumenti usati da Lowen è quello delle classi di esercizi bioenergetici, un’ora e poco più di lavoro sul corpo per riprendere contatto con esso sia nei suoi aspetti fisici che in quelli psichici, Lowen scrive: “Gli esercizi sono importanti perché danno un diverso senso del proprio corpo e aiutano a prendere coscienza dei blocchi e delle tensioni, favorendo la comprensione delle proprie paure e delle proprie ansie”. Le classi di esercizi bioenergetici offrono la possibilità di esprimere quelle emozioni che con il tempo abbiamo imparato a reprimere: la rabbia, il dolore, la paura e la vergogna.

Attraverso semplici ma significativi movimenti posiamo riattivare parti del corpo e parti della nostra emotività “atrofizzate” a causa di percorsi, eventi, vite vissute nel “non ascolto” di sè stessi.

Si lavora sul corpo ma con un’attenzione costante alla percezione di ciò che si prova, emotivamente, nel compiere movimenti che vengono frequentemente inibiti nella vita quotidiana. Il lavoro nelle classi è quello di recuperare i nostri pezzi mancanti, riascoltarli, rivederli, rincontrarli e integrarli in modo da raggiungere una maggiore completezza del proprio nucleo vitale, del proprio sé.

I cinque meccanismi comunicativi da evitare col partner e con i familiari

Ecco cinque meccanismi comunicativi da evitare se non vogliamo compromettere le relazioni significative:

1.La collusione. Essa è definita da Laing (1969) un “gioco” ma anche un “inganno”. Avviene quando due o più persone, inconsapevolmente, ingannano se stesse e gli altri incarnando delle fantasie che non corrispondono alla realtà e ricoprendo dei ruoli fissi, da cui restano però intrappolati. Essa subentra specialmente nella coppia, dove ciascuno trova nell’altro la possibilità di veder confermata e avallata una certa nozione di se stesso elaborata in fantasia. La collusione, ad esempio, può avvenire in una famiglia che vive il mito dell’armonia, che nega le ambivalenze e in cui vengono attribuite ad ognuno delle identità immobili che impediscono di evolversi e differenziarsi.

Un esempio può essere costituito da una coppia di questo tipo: l’uno è una persona che è cresciuta con miti positivi su se stessa come “so aiutare bene gli altri” e che non tollererà frustrazioni su questa aspettativa grandiosa. L’altro è un individuo che vive di miti opposti, di autosvalutazione e bisogno di essere salvato, dunque grato e adorante verso chi è disposto a valorizzarlo. Questi saranno i partner perfetti nel rispondere l’uno ai bisogni dell’altro: nell’alimentare i miti e le fantasie di entrambi, l’autenticità di ciascuno viene costantemente elusa in favore di una continua simulazione. In questo tipo di coppia ciascun partner è accettato dall’altro solo in base a quello che l’altro si aspetta e cerca in lui. (Vella e Camillocci Solfaroli, 1996).

2.L’occultamento. Secondo Wynne (1972), esso avviene quando un membro della famiglia si pone in una posizione di superiorità e potere affermando di saperne di più, ma di non poter rivelare tali verità per misteriosi motivi. Gli altri vengono quindi resi dipendenti e incapaci di svincolarsi e differenziarsi. Mantenere dei segreti, infatti, garantisce un forte potere e la possibilità di tenere sotto scacco l’altro.

3.La strategia del silenzio. Secondo lo psichiatra Zuk (1965), si tratta di manovre, verbali e non verbali, mirate a punire qualcuno per una trasgressione. Ciò avviene attraverso isolamenti e silenzi che proibiscono la comunicazione. Si tratta di una tattica spesso messa in atto da partner femminili all’interno di una coppia.

4.Il negoziato della dissociazione. Per Wynne (1963) si tratta di una comunicazione in cui ognuno attribuisce all’altro un certo modo di sentire che non solo in realtà corrisponde alle parti più regressive di sé, ma non viene riconosciuto come proprio (viene dunque dissociato). Si tratta di uno “scambio di dissociazioni” (Canevelli, 2016) che avviene a livello inconsapevole tra i due partner di una relazione ed è dovuto a sentimenti che, se riconosciuti come propri, sarebbero intollerabili. Ad esempio, un membro della famiglia può dissociare il proprio sentimento di rabbia e attribuirlo a un altro membro, il quale a sua volta attribuirà all’altro una componente di sé inaccettabile, come un’estrema insicurezza. Ognuno centra dunque l’attenzione sulle parti più immature dell’altro (che in realtà sono le proprie) e vi offre sostegno, amplificandole, pur di sentirle lontane da sè.

5.La pseudomutualità. Per Wynne (1958) è una modalità comunicativa e relazionale attraverso cui i membri della famiglia si sforzano di mantenere un’apparente coesione. Vengono dunque compromesse le singole individualità e i conflitti vengono evitati perché considerati distruttivi. Le differenze vengono percepite come pericoli per la relazione e dunque evitate e i membri della famiglia sono costretti ad assumere dei ruoli fissi, magari alternandosi. Aver paura delle differenze non potrà che compromettere fortemente un percorso sano di crescita, il quale spesso necessita invece della rottura dello status quo e della trasgressione.

In conclusione, questi sono solo alcuni dei meccanismi comunicativi disfunzionali che mettono a dura prova la vita di coppia o familiare. Conoscerli può aiutarci a comunicare con l’altro in modo più rispettoso, lasciandogli la libertà di esprimere la sua individualità e rinunciando a giochi di potere che lo tengono imbrigliato. In questo modo, rinunciando a ricoprire e ad attribuire ruoli fissi, possiamo aprirci a un clima relazionale e comunicativo che non teme le diversità, ma le governa e concilia in modo costruttivo e armonico.

fonte:State of Mind

Visite psicologiche per i docenti: il testo integrale della richiesta del Garante Marziale al MIUR

 

A fronte dell’ennesimo episodio di cronaca relativo a “maltrattamenti di minori” da parte dei docenti, si ritiene necessario che siano adottati adeguati interventi, tempestivi ed efficaci, al fine di arginare un fenomeno che è divenuto intollerabile per la coscienza sociale e che ha come protagonisti “vittime” i minori alunni.

Si premette che quello dell’insegnante è un lavoro di relazione con il prossimo tra i più delicati in assoluto, in quanto diretto ad un’utenza particolare (bambini e adolescenti) con la quale si instaura un rapporto unico nel suo genere, perché “continuato” per più ore al giorno, tutti i giorni, per nove mesi consecutivi e per cicli di 3 o 5 anni.

A tal proposito, recenti studi hanno confermato che la categoria degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress, causati da una molteplicità di fattori quali: la peculiarità della professione, la società globalizzata, il continuo evolversi della percezione dei valori sociali, l’evoluzione delle tecniche di comunicazione, il susseguirsi continuo di riforme, ecc.

È senza dubbio una professione caratterizzata da un’usura psicofisica importante che, proprio in ambito psichiatrico, vede le sue maggiori conseguenze, quasi a confermarne il carattere di “usura psicofisica”, di tipo “professionale”, le cui conseguenze non sono dovute al tipo di sistema scolastico adottato, quanto alla professione medesima che è di per sé oltremodo logorante.

Dal punto di vista normativo, si ricorda che sul fronte della prevenzione della salute psicofisica degli insegnanti (e contestualmente della tutela dell’utenza), le scuole possono prevedere e attuare il “Piano di prevenzione dello Stress Lavoro correlato” (SLC) per i docenti.

La valutazione dei rischi SLC è obbligatoria anche per le scuole, così come è obbligatorio, nei casi in cui appare necessario, adottare specifiche ed adeguate misure di prevenzione, mediante azioni che possono migliorare l’organizzazione del lavoro e che fanno riferimento principalmente al ruolo del dirigente scolastico (D. lgs. 81/2008, art. 28).

Quando il processo di valutazione del rischio rilevi la presenza di un problema di “stress lavoro correlato”, devono essere adottate idonee misure per prevenirlo, eliminarlo e ridurlo. L’ordine in cui vengono elencate le azioni da intraprendere (prevenire, eliminare, ridurre) evidenzia la priorità delle misure di prevenzione rispetto alla eliminazione del rischio e, ove ciò non è possibile, alla sua riduzione.

Tra le misure di prevenzione da adottare, mi preme accennare che la figura dello psicologo è quella maggiormente accreditata per potersi occupare del rischio psicosociale, in quanto adeguatamente formato per fare un’idonea valutazione e un intervento appropriato in tale contesto.

Lo psicologo che opera all’interno dell’organizzazione lavorativa della scuola possiede, dunque, le competenze per analizzare tutti gli aspetti dell’organizzazione, considerando l’individuo al centro di tale valutazione.

Il fenomeno dello “stress” nella vita lavorativa, in generale, delle persone e, nello specifico, per i docenti è un qualcosa di altamente soggettivo e “psicologico”, che può portare a serie conseguenze alla persona e all’ambiente scolastico per cui lavora. Così come, altrettanto altamente “psicologico” è l’ambiente lavorativo scuola, perché vengono messe in gioco molte componenti personali dell’insegnante a partire dall’emotività all’interno di una classe. L’importanza psicologica dell’insegnante per l’alunno è fondamentale, in quanto anche l’apprendimento dipende dall’insegnante e dal clima all’interno della classe.

In tali termini, lo psicologo è la professione per eccellenza capace di avere questa visione olistica e diventa uno strumento fondamentale per l’analisi delle criticità e per l’intervento o la prevenzione su di esse. Il compito dello psicologo, infatti, è quello di aiutare a lavorare su ogni tipo di disagio, a trasformarlo in consapevolezza e a trovare la forza di andare oltre, senza dover ricorrere alla violenza, fisica o psicologica sugli alunni minori.

Di estrema importanza, è inoltre il compito del dirigente scolastico (datore di lavoro), che deve consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa nelle migliori condizioni possibili, sia per quanto riguarda le caratteristiche del lavoro (carico di lavoro, scadenze pressanti, conflitti ed ambiguità di ruolo, ecc.) sia in relazione alle caratteristiche organizzative (distribuzione degli spazi, regolamenti operativi), dovendo prestare particolare attenzione alle dinamiche relazionali, che in alcuni casi possono essere origine di stress sia nel rapporto fra colleghi, che con allievi e genitori.

Alla luce di quanto sopra, è necessario che il Ministero dell’Istruzione prenda seriamente in considerazione la necessità di adottare adeguate misure dirette a rafforzare la prevenzione e repressione di un fenomeno intollerabile, qual è quello dei maltrattamenti fisici e psicologici di minori a scuola, non circoscritto ai casi riportati nella cronaca.

Inoltre, il Governo, al fine di tutelare la salute dei docenti nell’interesse dei lavoratori e dell’utenza (bambini e adolescenti), così come richiesto più volte, dovrebbe attuare politiche volte:

  1. a finanziare nella scuola la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (previsto dall’art. 27 del D. Lgs. 81/08 sulla tutela della salute dei Lavoratori),
  2. ad effettuare apposite ricerche epidemologiche nazionali per comprendere l’entità del fenomeno coinvolgendo le Commissioni mediche di Verifica;
  3. ad informare i docenti sui rischi psichiatrici della propria professione;
  4. a formare i dirigenti scolastici (datori di lavoro) sui loro compiti in tema di prevenzione.

In conclusione, si chiede, pertanto, che venga attuato e reso obbligatorio un “Piano di prevenzione” attraverso la previsione obbligatoria di visite periodiche (almeno una volta l’anno e ogni qual volta se ne ravvisi la necessità) da parte di uno psicologo per i docenti, visite finalizzate ad assicurare le condizioni di benessere psicologico, a ripristinare l’equilibrio mentale necessario a tutti, tanto più ad un insegnante, al fine di prevenire ogni forma di azione lesiva della salute psico-fisica degli alunni.

Fonte: www.oggiscuola.com Cav. Dott. Antonio Marziale

TERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE, una lunga storia

La Teoria Sistemica fu formulata da Ludwig von Bertalanffy, un biologo austriaco che faceva parte della scuola di Palo Alto e in seguito del Circolo di Vienna; successivamente la teoria sistemica è stata applicata a diversi ambiti scientifici, come la cibernetica, la psicologia, la sociologia e la meccanica.

I precursori della psicoterapia sistemico relazionale

Il sistema (dal greco stare insieme), secondo la teoria sistemica:

  • è un’unità intera e unica;
  • è composto da parti in relazione tra loro e tendenti all’equilibrio;
  • nel sistema l’intero risulta diverso dalla semplice somma delle parti;
  • nel sistema qualsiasi cambiamento in una sua parte influenza l’intero sistema nel suo insieme;
  • ogni elemento di un sistema è in relazione con gli altri elementi, e ha una ragione d’essere per la specifica funzione che svolge;
  • comportamenti, ruoli e funzioni diverse concorrono a generare la Proprietà Emergente del sistema, che è una caratteristica superiore alla somma delle funzioni;
  • gli attributi fondamentali di un sistema sono: comunicazione ed elaborazione dell’informazione, adattamento al cambiamento (auto-regolazione), auto-organizzazione e automantenimento.

Psicoterapia sistemico relazionale: le caratteristiche e i precursori

Norbert Wiener definisce “cibernetica” il processo di retroazione autocorrettiva (self corrective feedback) attraverso cui l’informazione riguardante i risultati delle attività del sistema è riportata nel sistema, andando così ad influenzare il futuro, e permettendo quindi al sistema di auto-regolarsi, adattarsi e modificarsi.

Negli anni ’50, il Gruppo di Palo Alto formato da Gregory Bateson (antropologo), John H.Weakland (ingegnere chimico), Jay Haley (psicologo sociale) e, dal 1956, anche da Don Jackson (psichiatra), applica la teoria sistemica allo studio della comunicazione di famiglie con membri schizofrenici. Il gruppo di Palo Alto guarda alla famiglia come a un sistema cibernetico, che si autoregola grazie a meccanismi di retroazione.

Gregory Bateson, applicando la teoria dei sistemi alla famiglia e alle strutture sociali, distingue tra retroazione negativa-conservativa (l’informazione riporta il sistema al suo stato iniziale) e positiva (l’informazione aumenta la deviazione del sistema dal suo stato iniziale). Secondo Bateson nei sistemi familiari c’è qualcosa che assomiglia ai plateaux omeostatici, cioè il sistema può andare incontro a una certa oscillazione, funzionale al funzionamento
della famiglia, senza che la struttura del sistema cambi.

Bateson parla di scismogenesi per descrivere cicli di rinforzo reciproco tra i membri di un sistema sociale/familiare, questi possono essere simmetrici o complementari: le escalation complementari non raggiungeranno mai il punto di rottura se c’è sufficiente dipendenza reciproca tra due individui, mentre le escalation simmetriche possono essere funzionali a un accomodamento sugli interessi di ambedue le parti. Inoltre un processo complementare può contrastarne un altro, come ad esempio lo sviluppo di una sintomatologia (depressione o malattie psicosomatiche) in uno dei coniugi può servire a fermare un’ escalation di potere che sia andata troppo oltre mettendo in pericolo l’integrità del sistema (i coniugi potrebbero separarsi ad esempio).

Allo stesso modo una dose di comportamento simmetrico in una relazione complementare può arrestare un’ escalation che va verso una differenziazione progressiva, minacciando la rottura della relazione. Don Jackson elabora il concetto di omeostasi familiare, osservando che nelle famigliecon un paziente psichiatrico quando questo migliorava le proprie condizioni di salute, altri componenti della famiglia cominciavano a manifestare sintomi (depressioni, attacchi psicosomatici), per cui postulò che tali comportamenti (e persino la stessa malattia) costituivano meccanismi omeostatici che si innescavano per restituire al sistema “disturbato” il suo, seppur precario, equilibrio.

I processi scismogenetici possono anche essere utili nel porre fine a una stabilità inappropriata, non salubre provocando una rottura dell’equilibrio e un cambiamento di secondo ordine, cioè un cambiamento strutturale del sistema che ne modifichi la forma (morfogenesi). In questo caso avverrà un’ amplificazione della devianza attraverso meccanismi di retroazione positiva.

Messaggio pubblicitarioIl Gruppo di Palo Alto studiando la comunicazione in famiglie con individui schizofrenici formulò il costrutto teorico di doppio legame per spiegare la modalità interattiva di queste famiglie. Tipica della modalità interattiva del doppio legame è la contraddittorietà tra il messaggio esplicito e messaggio implicito e l’impossibilità di metacomunicare su questa incongruenza; l’effetto per chi riceve il messaggio è che ogni risposta risulta essere quella sbagliata, così che c’ è sempre una penalità per il fatto di avere ragione. Ecco che la comunicazione dello schizofrenico caratterizzata dall’incapacità di distinguere tra linguaggio letterale e metaforico, sarebbe una forma di adattamento a questa comunicazione patologica.

Weakland nel 1960 esce dal formato diadico con un saggio sul doppio legame in interazione a 3, cominciando a parlare di triadi e di coalizioni. Osserva infatti che nelle famiglie con un membro schizofrenico non ci sono mai due persone in grado di accordarsi in una relazione stabile, c’è sempre un terzo che rende instabile la relazione a due, come in una danza infinita delle coalizioni mutevoli. Anche Wynnie definisce pseudomutualità e pseudoconflittualità l’incapacità di andare a fondo e mantenere la relazione su un piano di alleanza o di conflittualità.

J. Hayley, formula invece la teoria del controllo, secondo la quale la squalifica dei significati è un tratto comune nelle famiglie con schizofrenici. Secondo la teoria dei tipi logici di Russel ogni messaggio è qualificato da un altro messaggio su un livello di astrazione maggiore. Per Haley nella lotta per il controllo familiare al livello 1 tutti fanno un’ affermazione e al livello 2 tutti tentano di definire la relazione che fa da contesto a quell’ affermazione: quindi chi decide cosa è permesso e cosa è vietato? Nella lotta per il controllo i messaggi di tutti risultano squalificati su più livelli.

Nel complesso emerge l’importanza che le ipotesi sistemiche debbano essere perlomeno triadiche e mettere in luce come un figlio reagisce alla relazione tra le sue più importanti figure di attaccamento.

La psicoterapia sistemico relazionale: la terapia strategica di Haley

Haley, insieme a Milton Erikson, creano un modello di terapia basato sulla tecnica ipnotica, cioè su tecniche di manipolazione delle resistenze (ex. Dare l’illusione di un’ alternativa o un’ alternativa peggiore). Lo scopo dell’intervento terapeutico è individuare il ciclo/sequenza comportamentale autorinforzante e interromperlo. Secondo Haley il sintomo è rinforzato dal comportamento che cerca di reprimerlo, cioè dalla soluzione che la famiglia crede di avere trovato per farvi fronte e che ovviamente non funziona. L’interesse del clinico è sui comportamenti e lo scopo dell’intervento terapeutico è spingere i comportamenti che mantengono il sintomo oltre il limite, così da spezzare il cerchio di rinforzo.

A questo scopo vengono usate una serie di tecniche paradossali. L’uso di tecniche paradossali è ad esempio la prescrizione del comportamento sintomatico, che sfrutta la resistenza al cambiamento della famiglia con l’ingiunzione a non cambiare. La connotazione positiva dei comportamenti sintomatici serve invece a ristrutturare la percezione che il pz ha del contesto del suo comportamento: cambiando la realtà percepita dal pz cambieranno i suoi comportamenti.

La psicoterapia sistemico relazionale in italia: Mara Selvini Palazzoli e il gruppo di Milano

Nasce negli anni ’60 come ricerca di equilibrio tra la radicalizzazione dell’individualismo che va affermandosi negli anni ’60 e la crisi delle vecchie autoritarie forme familiari (con la dissoluzione dei legami di appartenenza, il tramonto dei clan familiari e la crisi del ruolo paterno tradizionale); si oppone all’ottica degli interessi del singolo e valorizza i sentimenti di appartenenza a relazioni affettive protettive; rende più democratica la famiglia difendendone le parti più deboli (malati, donne, bambini); sostiene una responsabilità paritaria e congiunta dei genitori e la capacità di negoziare tra loro e con i figli.

A Milano negli anni ’70 il gruppo composto da Mara Selvini-Palazzoli, Silvana Prata, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin, lavora secondo un approccio strategico alla psicoterapia sistemico relazionale con pazienti anoressiche e psicotici. Mara Selvini già negli anni ’50 aveva cominciato a reinventare la psicoterapia sistemico relazionale con le sue pazienti anoressiche, arrivando negli anni ’60 a sperimentare la psicoterapia sistemico relazionale.

Negli anni ’70, con l’equipe di paradosso e controparadosso, comincia a sperimentare l’uso del paradosso e della connotazione positiva: secondo l’idea eriksoniana che spiegare non serve, si deve provocare un cambiamento con tattiche coperte e inavvertibili. Ecco che l’equipe, come già faceva Haley, prescrive il sintomo, o altri aspetti sgradevoli a questo collegati, connotando positivamente tutti i comportamenti dei membri della famiglia, ad esempio come sacrificio del singolo a vantaggio degli altri. Nel paradosso la malattia da cattiva diventa buona e la terapia, che può guarire la malattia, da buona diventa pericolosa, perchè può cambiare gli equilibri. Questo intervento mette in evidenza il significato relazionale del sintomo, introducendo una visione circolare e relazionale dei comportamenti di tutti i membri della famiglia. In quest’ottica nessuno è colpevole e tutti sono preda di un gioco relazionale più forte di loro. Attualmente la connotazione positiva è considerata troppo assolutoria nei confronti di alcuni comportamenti rispetto ai quali si preferisce responsabilizzare i membri della famiglia. La connotazione positiva rischia inoltre di negare lo stato di malattia e quindi la sofferenza individuale del paziente che va invece riconosciuta e accolta nel contesto terapeutico.

Il Gruppo di Milano comincia negli anni ’80 ad usare le prescrizioni, fino all’uso della prescrizione invariabile somministrata a tutte le famiglie con figli psicotici o anoressiche dal 79 all’86 . Con le prescrizioni si possono modificare le regole disfunzionali della famiglia sostituendole con altre regole più funzionali: compito del terapeuta è cogliere rapidamente quali sono le regole che generano e perpetuano la disfunzione ed escogitare un intervento prescrittivo che rompa la regola sul piano di azione. In particolare la prescrizione invariabile mirava a de-triangolare il figlio sintomatico prescrivendo ai genitori prima il riserbo sulle sedute di coppia alla famiglia allargata e ai figli e poi delle sparizioni da casa.

Le retroazioni dei vari membri della famiglia hanno permesso al gruppo di Milano di costruire un modello di funzionamento a sei stadi secondo il quale andrebbe progressivamente a strutturarsi e a cronicizzarsi il comportamento del figlio sintomatico. Oggi l’impostazione del nuovo gruppo di Milano (Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino, Stefano Cirillo) predilige l’accoglienza della sofferenza e della richiesta di aiuto da parte della famiglia ma anche del singolo che forse in passato ha rischiato un po’ di sparire nella lettura solo sistemica del disagio.

La psicoterapia sistemico relazionale in italia: Roma, Andolfi e il trigenerazionale (Bowen; Minuchin; Framo; Nagy – USA east coast)

Il modello sistemico familiare trigenerazionale della psicoterapia sistemico relazionale si basa sul modello del ciclo vitale della famiglia che inquadra lo sviluppo dello spazio temporale attraverso fasi evolutive prevedibili:

– separazione dalla Famiglia d’origine e costruzione della coppia;

– nascita dei figli;

– la crescita dei figli fino alla svincolo;

– nido vuoto e ri-investimento nella vita di coppia;

– invecchiamento e separazione della coppia genitoriale per la morte del coniuge.

Ogni fase richiede precisi compiti evolutivi e ha una certa stabilità strutturale, mentre nei periodi di transizione si verificano profonde trasformazioni psicologiche e strutturali. L’utilità del modello del ciclo di vita consiste non tanto nell’identificare la fase in cui si trova la famiglia nel qui ed ora, ma nel poter osservare come viene affrontato il cambiamento e la riorganizzazione da una fase ad un’altra. La riorganizzazione richiesta nel passaggio da una fase evolutiva ad un’altra infatti non è mai un salto nel vuoto, ma le generazioni precedenti hanno già affrontato gli stessi passaggi evolutivi e l’hanno fatto secondo modelli ricorrenti di rapporti multigenerazionali che si tramandano nel tempo, da una generazione all’altra.

Questi modelli di relazione si tramandano grazie ai vincoli di filiazione e di alleanza che legano ciascuna generazione alla successiva; la coppia è il perno centrale del sistema trigenerazionale e il luogo nel quale si incotrano questi due assi, verticale e orizzontale: il vincolo di filiazione assicura la trasmissione da una generazione all’altra dei valori affettivi e culturali; grazie a questo vincolo viene anche garantita la sopravvivenza delle persone dopo la morte fisica. Il vincolo di alleanza si stabilisce invece tra i membri di una coppia e si consolida grazie alla formazione di regole, che danno vita alla complicità di coppia e che vanno ad allentare i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine: delimitando quindi un confine attorno alla coppia.

Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente. Secondo il psicoterapia sistemico relazionale trigenerazionale la possibilità di separarsi/differenziarsi dalla Famiglia d’origine è direttamente proporzionale alla possibilità di appartenere. Quindi tutto ciò che impedisce l’incontro emozionale e la soddisfazione di bisogni fondamentali all’interno delle relazioni significative (ad esempio i traumi dell’attaccamento) mantiene un “conto” aperto con le generazioni precedenti e mina sia il senso di appartenenza che le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine.

In quest’ottica anche i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e separazione del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia.

Il grado di differenziazione del sé è uno dei concetti cardine della teoria di Bowen (1979) e definisce la possibilità di ciascun individuo di differenziarsi rispetto alla massa dell’io familiare; quando l’intensità emotiva della massa familiare è molto elevata, il livello di fusione dell’io, cioè di indifferenziazione dei suoi componenti, potrà essere così marcato da esitare in relazioni simbiotiche e patologie gravi come la schizofrenia; in casi meno estremi, ma comunque caratterizzati da alti livelli di fusionalità, incontreremo persone assorbite in un mondo di sentimenti, estremamente dipendenti dai sentimenti degli altri nei loro confronti e per questo costantemente impegnate a gestire le relazioni interpersonali in termini di conferma o rifiuto; il legame con l’altro definisce le loro possibilità di funzionamento nella misura in cui è possibile trarre forza e conferma all’interno della relazione di dipendenza emotiva, che, nel migliore dei casi, li accompagnerà per tutta la vita. Lo spazio di investimento personale in aree legate alla realizzazione personale è inesistente o molto limitato e comunque fortemente condizionato dalla dipendenza all’altro.

All’estremo opposto si trovano invece gli individui con il massimo grado di differenziazione del sé, che possono raggiungere i più alti livelli di funzionamento umano; sono coloro che hanno sviluppato una buona identità individuale, che hanno saputo investire in qualità e attività orientate verso il sé, perseguendo principi e valori nel rispetto di se stessi e degli altri, mai dogmatici o rigidi, sono emotivamente sicuri tanto da poter funzionare senza essere influenzati da lodi o critiche; i confini dell’io sono flessibili, ma non labili, tanto da permettergli di sperimentare la condivisione con l’altro o l’abbandono proprio dell’incontro emotivo o sessuale con un partner.

La maggior parte delle persone si colloca a livelli intermedi della scala di differenziazione del sé, in cui la dipendenza dall’altro definisce gradi maggiori o minori di investimento e soddisfazione in aree di realizzazione personale, professionale, relazionale, e diversi livelli di rigidità, dogmatismo, conformismo, rigidità emotiva, isolamento, conflittualità e anche malattia fisica.

Tre sono essenzialmente i meccanismi relazionali che vengono usati per gestire la tensione derivante da scarsi livelli di differenziazione tra i membri di un sistema familiare: il conflitto coniugale, la disfunzione di un coniuge e la trasmissione di un problema a uno dei figli, tramite la triangolazione.

Nel conflitto coniugale la relazione è simmetrica e ciascuno dei partner lotta per dividere in parti uguali il sé comune, senza cedere https:\/\/www.psicohera.ita all’altro; la seconda modalità di gestione del conflitto prevede che al conflitto coniugale segua la resa di uno dei due coniugi, che più frequentemente dell’altro abbandona la sua posizione e una parte del proprio sé. Una variante è quella in cui uno dei coniugi abbandona del tutto il proprio sé e offre il proprio “non sé” a sostegno del partner, da cui diviene dipendente; in questi casi il coniuge che perde il proprio sé può arrivare a livelli di funzionamento bassissimo e sviluppare patologie fisiche, psicologiche e sociali; sono questi i casi di relazioni altamente sbilanciate in cui uno dei coniugi funziona bene e l’altro è un malato cronico. Le configurazioni che deriveranno dalla messa in atto di uno o più di questi meccanismi preserveranno il funzionamento di alcuni componenti della famiglia a scapito di altri, infatti secondo Bowen la difficoltà di una relazione coniugale può essere misurata quantitativamente: il sistema agisce come se una certa quantità di immaturità dovesse essere assorbita e questo può avvenire ancorandola alla disfunzionalità di un membro della famiglia, permettendo così maggiore funzionalità agli altri. La trasmissione del problema ai figli è uno dei meccanismi più frequenti che la massa dell’io familiare mette in atto per gestire la tensione.

Messaggio pubblicitarioLa triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile. La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984). L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi, che per venire accolti e soddisfatti necessitano della sintonizzazione affettiva da parte degli adulti.

In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, perpetua la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine.

Le relazioni triangolari definiranno anche la partecipazione ad altre esperienze triangolari con gli altri sottosistemi familiari (ad esempio quello dei fratelli o in generale con la famiglia allargata) e con il sistema amicale e professionale. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’ alleanza con i figli (triangolazione).

La psicoterapia sistemico relazionale: l’approccio strutturale di Minuchin e l’importanza dei confini

Secondo l’approccio strutturale di Minuchin (pediatra, psichiatra e psicoterapeuta argentino) il sintomo è il prodotto di un mal funzionamento familiare. Una famiglia che funziona bene infatti è una famiglia in cui i confini tra le generazioni e attorno alla famiglia nucleare sono ben definiti ma funzionalmente flessibili. Inoltre un sistema funzionale e armonico a livello intergenerazionale è quello in cui ciascun individuo compie il ruolo assegnato dal suo momento evolutivo.

Dal punto di vista terapeutico quindi si devono sempre tenere presenti tre piani generazionali (lafamiglia di origine, la coppia, i figli) e valutare se il bilanciamento tra appartenenza e separazione permette ai tre piani di rimanere ben distinti. Il terapeuta infatti ha il compito di notare l’angolo di deviazione tra questo modello e come la famiglia si presenta e correggerlo con manovre di tipo strutturali.

Psicoterapia sistemico-relazionale

Il modello sistemico dei disturbi alimentari

Il modello sistemico dei disturbi alimentari considera problematiche le relazioni all’interno della famiglia

Modello sistemico dei disturbi alimentari: Minuchin parla di “famiglia anoressica”, una terminologia che sottolinea ed evidenzia come la famiglia sia al centro dell’attenzione e la paziente designata sia semplicemente la portatrice di un sintomo all’interno di un sistema più complesso. In questo contesto diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, il panorama trigenerazionale, le linee generazionali, i triangoli all’interno della famiglia e i miti che percorrono le famiglie delle anoressiche.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari
La terapia sistemico-relazionale e familiare, partendo dalla teoria dei sistemi, si focalizza sui rapporti all’interno della famiglia, sui giochi relazionali e sui sottosistemi familiari.

Minuchin (1984) parla di anoressia come sindrome psicosomatica caratterizzata da sintomi sia di natura fisica sia psichica. Certi tipi di organizzazione familiare sono strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche; non è l’individuo ad essere sintomatico ma il sistema stesso. I confini interni tra i membri sono praticamente assenti (invischiamento), mentre i confini con l’esterno sono molto rigidi.

Minuchin parla di “famiglia anoressica”, una terminologia che sottolinea ed evidenzia come la famiglia sia al centro dell’attenzione e la paziente designata sia semplicemente la portatrice di un sintomo all’interno di un sistema più complesso. In questo contesto diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, il panorama trigenerazionale, le linee generazionali, i triangoli all’interno della famiglia e i miti che percorrono le famiglie delle anoressiche. La famiglia diventa la matrice dell’identità, il luogo dove viene definito il proprio sé.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari: la famiglia anoressica
Selvini Palazzoli (2006) prende in considerazione gli stili comunicativi e i modelli interattivi, notando come ogni diversità venga azzerata con una costante opera, dall’esterno, di ridefinizione delle emozioni, che non vengono negate bensì disconfermate. Ogni membro non fa qualcosa perché lo desidera, ma lo fa in rapporto alle esigenze altrui e “per il bene di qualcun altro”. Si parla di “matrimonio a tre” dove ogni membro è come se fosse sposato con due persone: il padre con la madre e la figlia, la figlia con il padre e la madre ecc. Tutto ciò non permetterà alla figlia di condurre una vita autonoma.
A questo quadro si affianca anche la presa in considerazione della realtà intrapsichica, non solo della figlia ma anche della madre, che spesso, sotto l’apparenza esteriore di moglie sottomessa, nasconde idee di ribellione e di abbandono non assecondate solo per paura della condanna sociale.

L’emacipazione del corpo esprime un comportamento paradossale: l’onnipotenza della schiavitù. L’anoressica si sente onnipotente perché attaccando il corpo come un oggetto esterno, possedimento della madre che non riconosce i bisogni altrui, colpisce là dove è riposta la potenza dell’altro; sottrae il suo corpo alla madre in modo che non possa, attraverso il cibo, plasmarlo secondo i suoi desideri.

L’anoressia, dunque, è un disturbo che riflette modalità particolari di funzionamento familiare, quali la tendenza a evitare i conflitti, un atteggiamento eccessivamente protettivo dei genitori nei confronti dei figli, una mancanza di regole chiare e di confini tra i membri della famiglia, da cui risulta un’eccessiva intrusione di ciascuno negli spazi dell’altro. Allo stesso modo, le madri delle ragazze anoressiche sono quasi tutte iperprotettive e dominanti. Sembra che in queste famiglie siano incoraggiati e premiati la disciplina e il successo, più che la conquista dell’autonomia e di una consapevolezza matura. Un’apparente armonia tra i membri della famiglia diventa il modo in cui ci si preserva dall’affrontare i problemi e si mantiene la stabilità.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari: la famiglia dei pazienti obesi o bulimici
Anche lo sviluppo dell’obesità e della bulimia sembrano essere collegati a caratteristiche familiari particolari, come la presenza di una madre iperprotettiva e una mancanza di calore, supporto nei confronti del soggetto. Le figlie obese si sentono colpevolizzate, come se non riuscissero a perdere peso per una mancanza di volontà e di controllo. L’invischiamento, ovvero la mancanza di confini, è quella situazione familiare in cui si attribuisce un’importanza fondamentale alla relazione con l’altro. Chi cresce in questa famiglia dà un valore capitale alla relazione con l’altro, quasi che l’altro definisca il sé della persona stessa. Un sistema così chiuso e protetto cela in realtà una forte conflittualità che diventa una dinamica manifesta all’interno della famiglia stessa.

Andando in cerca di un senso di identità e di autonomia, le ragazze non accettano https:\/\/www.psicohera.ita di quanto i genitori o il mondo che le circonda possono offrire; preferirebbero morire di fame piuttosto che continuare una vita di accomodamenti. Invischiamento e iperprottetività vanno nelle famiglie anoressiche di pari passo. Talvolta la figura paterna è in posizione periferica nella famiglia. Gli impegni di lavoro, il modello culturale, ormai superato in una società in cui sia l’uomo sia la donna lavorano fuori casa, lo portano a delegare quasi completamente il compito di seguire i figli alla madre. Questo comportamento paterno può generare nei figli un senso di abbandono e di inadeguatezza, per cui finiscono erroneamente per considerarsi poco importanti per il genitore. Inoltre, durante l’adolescenza, talvolta le figlie entrano in conflitto con la madre, mentre risulterebbe più armonico il rapporto con il padre.
Le ragazze tendono a dipingere un quadro positivo della loro famiglia. Si tratta, in parte, di una negazione diretta dei fatti o del timore di trovarsi costretti a esprimere una critica; ma è anche espressione di eccessivo conformismo: quello che dicono i genitori è sempre giusto e le ragazze si rimproverano di non essere abbastanza buone. In molte famiglie si pone l’accento su un comportamento educato e i genitori sono fieri della loro bambina perfetta che non ha mai manifestato i comuni atti di insubordinazione infantile, come il contraddire, la caparbietà o l’ira. Infatti, la mancata espressione dei sentimenti, specie di quelli negativi, è una regola generale finché non si manifesta il problema e l’antica bontà cede il passo a un negativismo indiscriminato.

Molti giovani si preoccupano dell’impressione che fanno, di quello che la gente penserà e dell’immagine che rimandano alla società. Le famiglie di anoressiche sembrano quadri ben dipinti perfetti, da esporre al mondo. Una pace a tutti costi, un rapporto ostentatamente corretto e rispettoso quasi una caricatura dello stesso: se si osservassero attentamente le dinamiche interne, le disconferme tra i diversi membri e le squalifiche apparirebbero continue. Esiste la possibilità che nelle famiglie anoressiche esista una polarità semantica di fondo “vincente/perdente” e questa squalifica rappresenterebbe esattamente la necessità di uscire vittorioso dalla lotta.