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Archivio annuale2018

Alla ricerca dell’autonomia: rapportarsi con la prima adolescenza

Capita spesso che ragazzi e ragazze dagli undici anni in poi assumano atteggiamenti e comportamenti diversi dal consueto, inattesi e che talvolta generano preoccupazione nei genitori. Tali cambiamenti mplicano una modifica importante nelle dinamiche relazionali gentori-figli.

L’entrata nell’adolescenza

Cosa succede in questi anni? La pubertà è una fase del ciclo vitale caratterizzata da numerosi cambiamenti fisici, emotivi e cognitivi. Gli adolescenti sono proiettati all’esterno ed iniziano le prime contestazioni delle regole. Ribellarsi è un mezzo per affermarsi e differenziarsi dalla precedente generazione.  Genitori e figli sono chiamati a negoziare il bisogno di controllo con quello di indipendenza.
L’inizio dell’adolescenza non si presenta con le stesse caratteristiche per tutti. Per alcuni è una graduale conquista dell’età adulta, mentre per altri può essere più turbolenta e carica di conflitti. “Non lo/a riconosco più!” è una delle frasi tipiche che i genitori si trovano a dire parlando dei loro figli adolescenti. Ciò accade perchè la crescita in questa fase della vita è discontinua. Possiamo immaginarci un’evoluzione simile al percorso che fa una molla. Non abbiamo più a che fare con dei bambini ma neppure ancora con degli adulti. I comportamenti più infantili si alternano quindi  a sperimentazioni più mature che mandano in confusione i genitori.

Gli adulti sono chiamati ad ascoltare ed accettare i nuovi bisogni di crescita e, parallelamente, ridefinire la loro funzione genitoriale. Invece, i figli adolescenti sono impegnanti nell’importante compito di costruire la propria identità.

Come risolvere il dilemma tra controllo e fiducia?

Il dilemma per gli adulti resta spesso il come e quanta libertà dare ai figli. In questo senso non esiste una regola valida per tutti. É importante valutare i vari contesti all’interno dei quali i ragazzi chiedono di muoversi in autonomia e quanto è solida la fiducia di base. Avere la possibilità di essere autonomi in alcuni campi (compiti scolastici, sport, frequentare gli amici) è un ottimo banco di prova per gli adolescenti. É fondamentale per la loro crescita mettersi in gioco in attività pratiche e relazionali nuove. Sono occasioni per fare esperienza, prendere scelte autonome e valutarne le eventuali conseguenze. Per affrontarle con successo gli adulti devono essere sensibili e responsivi ai bisgoni di crescita che i figli pongono, costruendo una base sicura.

Desiderio di autonomia ed esplorazione non possono essere negati ai figli. Occorre trovare insieme a loro un modo per gestirle. Alla base della relazione deve essere posta la fiducia e la possibilità di confronto e dialogo sinceri.
I genitori dovrebbero passare dal controllo, più adatto ai figli nell’età dell’infanzia, alla supervisione. Un modo per rappresentare una guida per i propri figli, accompagnandoli nelle loro esperienze mantenendo un controllo indiretto.

Attraversare questo periodo evolutivo è una sfida familiare e non solo dell’adolescente. Non è semplice trovare un’apertura al dialogo. Gli adolescenti si circondano di mistero agli occhi dei genitori, ai quali talvolta possono raccontare bugie per preservare la loro indipendenza. I figli sono spesso sfuggenti e assumono un atteggiamento quasi di fastidio quando il dialogo si trasforma in domande serrate. I genitori hanno il compito di mostrarsi disponibili ed accogliere il dialogo quando saranno i figli a ricercarlo. La comunicazione sarà facilitata dall’apertura dei genitori nei confronti degli altri adulti che ruotano intorno ai figli e dalla curiosità sincera per i loro amici.

Quando l’esplorazione diventa rischiosa

Alcuni comportamenti dei giovani ragazzi possono però trasformarsi in situazioni rischiose per un sano sviluppo e per la salute. Una delle necessità dei ragazzi è quella di diventare subito grandi! Spesso ci si può illudere di raggiungere l’età adulta semplicemnte mettendo in atto comportamenti caratteristici di questa fase. In particolare, fumare, bere alcolici, iniziare precocemente l’attività sessuale. Tutti o alcuni di questi comportamenti vengono però messi in atto senza avere a disposizione, per un’immaturità cognitiva ed affettiva coerente con l’età, gli strumenti necessari. E’ fondamentale per gli adulti capire le ragioni per cui tali comportamenti vengono messi in atto e non sottovalutare la necessità di crescita. Parallelamente offrire agli adolescenti spazi e momenti per mettersi in gioco come in attività non rischiose. Riconoscergli fiducia e dar loro delle responsabilità in cui possano sentirsi attivi ed essere riconosciuti.

L’importanza delle regole

Le regole, se chiare, concordate e spiegate ai figli, sono fondamentali a qualsiasi età. Una volta interiorizzate sono una bussola necessaria per orientarsi anche quando gli adulti sono lontani. Sono rassicuranti, anche quando contestate, perchè pongono limiti entro i quali sentirsi contenuti. Porre le regole da parte dei genitori non garantisce che queste verranno sempre rispettate. Consentono però di evitare sentimenti di disagio ed ansia di fronte a situazioni nuove e inaspettate. Inoltre, porre le regole consente di evitare l’escalation di comportamenti rischiosi quando messi in atto per testare la tenuta degli adulti. A questo proposito è fondamentale reagire con fermezza quando le regole vengono infrante. Fornendo contemporaneamente  modelli comportamentali alternativi e più funzionali per fare in modo che le regole siano interiorizzate. Sostenere i ragazzi nel processo di esplorazione, a tutte le età, aiutandoli a valutare i rischi, i limiti e risorse personali e quelle legate al contesto per prepararli ad essere adulti consapevoli.

a cura di dott.ssa Iolanda Esposito 3403411541
psicologa-psicoterapeuta, studio di Firenze: Viale Lavagnini, 12

Separazioni e divorzi: comunicarlo ai figli e mantenere l’alleanza genitorale

Gli ultimi dati disponibili indicano una forte diminuzione dei matrimoni nella popolazione tra i 25 e i 34 anni. Parallelamente sono in aumento i divorzi che sono quadruplicati dal 1991 ad oggi in tutte le fasce di età. (Istat, 2018).

La crisi della coppia che porta alla separazione può avvenire in varie fasi dell’unione. Un primo picco di separazioni si registra già al primo anno di matrimonio, successivamente a seguito della più nota “crisi del settimo anno”.  Infine quando i figli sono ormai grandi e i genitori si devono confrontare con la “sindrome del nido vuoto”.

In qualunque momento si giunga a tale decisione è inevitabile che ad essa siano associati sentimenti di rabbia e delusione. Ognuno dovrà confrontarsi con il fallimento di un progetto in cui aveva investito. A questi vissuti si aggiunge spesso il timore per le conseguenze che la separazione avrà sui figli e come comunicare loro la notizia, soprattutto se sono ancora piccoli.

  • Mantenere l’alleanza genitoriale

Mantenere le funzioni di cogenitorialità a seguito di una separazione è senz’altro un compito molto impegnativo. Possibile solo se entrambi gli ex coniugi saranno disposti a rispettare la funzione genitoriale dell’altro in considerazione del benessere dei figli. In caso contrario saranno proprio loro, i bambini, a farne le spese.

  • Ma cosa si intende per cogenitorialità?

Il termine deriva dall’inglese coparenting. Indica la collaborazione genitoriale necessaria per stabilre e condividere i comportamenti che garantiscono lo sviluppo fisico e psicologico dei propri figli.  Implica la bigenitorialità: il diritto dei figli a relazionarsi con entrambi i loro genitori e il riconoscimento della relazione genitori-figlio come fondamentale per lo sviluppo dei bambini.

Al giorno d’oggi i compiti di accudimento ed educazione dei figli sono distribuiti in maniera più equa rispetto al passato e, in parte, delegati (asili nido, nonni, baby-sitter).

Avere a disposizione una rete alla quale far riferimento per l’allevamento dei figli rappresenta una grande risorsa, soprattutto in caso di separazione. La cogenitorialità però non si esaurisce con la sola organizzazione pratica dei tempi della vita quotidiana.

Essa si riferisce piuttosto alla qualità delle relazioni educative e alla modalità con cui i genitori coordinano il proprio stile educativo. Altre fondamentali qualità sono la modalità di gestione del conflitto, il supportano e il riconoscersi reciprocamente nella funzione genitoriale.

I genitori separati sono chiamati perciò a negoziare nuovi equilibri di vita. Devono accordarsi rispetto alle decisioni importanti sulla vita dei figli e sostenersi come genitori. Cercando di non cedere all’arma della squalifica dell’altro.

Praticare la cogenitorialità richiede quindi ai genitori di mantenere un rapporto fondato sulla correttezza, il rispetto, la fiducia reciproca. Questi aspetti fondamentali dell’alleanza genitoriale spesso vengono a mancare all’interno di una coppia in crisi.

É quindi fondamentale mantenere separati questi due piani, coniugale e genitoriale, e non permettere che i risentimenti nei confronti del partner si riversino nella sfera genitoriale…non è impresa semplice!

Quando il conflitto è molto aspro ed impedisce una comunicazione funzionale a stabilire accordi può essere utile intraprendere una mediazione che attenui i conflitti e permetta di superare le ferite e le delusioni della fine del rapporto.

  • Come dirlo ai figli?

Comunicare ai figli la decisione di separazione rappresenta inevitabilmente un momento critico e doloroso. La prima regola da tenere presente è quella di dire la vertità.

É importante essere chiari sul fatto che la separazione è una decisione definitiva che comporterà molti cambiamenti, questo permette ai bambini di non attaccarsi a fantasie di riconciliazione che finiranno per deluderlo e riducono il rischio del bambino di impegnarsi in prima persona in tentativi di ricongiungimento.

Riguardo ai motivi della separazione è importante rassicurare i figli sul fatto che sono scelte che riguardano gli adulti, loro non ne sono in alcun modo responsabili. Convincerli non sarà semplice magari perchè sono stati in passato argomento di dispute.

É utile spiegargli che le relazioni sono complesse e spesso l’amore tra i partner può esaurirsi, senza cancellare i momenti felici del passato. Non è invece necessario mettere a conoscenza i figli di situazioni specifiche che hanno portato alla separazione (tradimenti, ragioni che riguardano la sfera privata ecc..) le questioni più intime devo rimanere tali, in questo modo di preserva la separazione tra i confini generazionali e si evita il rischio di chiedere implicitamente ai figli di schierarsi a favore dell’uno o dell’altro, mettendoli di fronte ad un dilemma di lealtà nei confronti dei genitori.

Ovviamente i bambini dovranno essere riconosciuti nei loro sentimenti negativi, che non vanno minimizzati, e rassicurati sul fatto che i genitori saranno sempre disponibili per aiutarli a superare questo momento difficile.

A cura di dott.ssa Iolanda Esposito Psicologa-Psicoterapeuta 3403411541

riceve a  Firenze Viale Spartaco Lavagnini, 12

 

L’inizio della scuola tra entusiasmo e paure

L’inizio di un nuovo anno scolastico è per tutti, genitori e figli, un momento emotivamente carico.

L’eccitazione di intraprendere un nuovo percorso e  la gioia di ritrovare i vecchi compagni di scuola, dopo la pausa delle vacanze, spesso si accompagnano ad ansia, paure e stress.

In questa fase così delicata i genitori hanno un ruolo importante nell’aiutare bambini e ragazzi ad affrontare al meglio il rientro a scuola. Alcuni consigli pratici potranno aiutare i genitori a risolvere in modo positivo questi momenti a volte critici:

  • Ripristinare la routine: occorrere far riacquisire al bambino in modo grauale quelle abitudini legate al proprio periodo scolastico che sono andate perse con le vacanze, riabituarsi agli orari, riorganizzare la scrivania, fare qualche compito per riattivare la concentrazione.
  • Ccosa mettere nello zaino? la scelta del diario, dei materiali e di cosa indossare il primo giorno di scuola può diventare un momento di condivisione con i propri figli, può aiutarli a farli sentire più sicuri  e crea l’occasione per parlare delle loro sensazioni, emozioni e paure.
  • Non sovraccaricarli di aspettative: per poter arrivare rilassati a scuola e godersi il rientro è importante non sovraccaricare i figli con eccessivi stimoli, indicazioni o preoccupazioni. Gli adulti sono il principale punto di riferimento ed hanno il compito di tranqullizzare i propri figli, far sentire loro la vicinanza e rassicurarli sul fatto che è del tutto normale sentire un pò di ansia all’inizio, magari raccontando loro le proprie esperienze ed emozioni sperimentate da piccoli o aiutandosi attraverso la lettura di una favola che racconti questa situazione emotiva.
  • Non sottovalutare i segni di malessere: piccoli segnali di ansia e disturbo nei primi giorni dopo l’inizio della scuola sono molto comuni. I  sintomi più frequenti sono il mal di pancia, il mal di testa, le difficoltà del sonno che in genere si risolvono in modo spontaneo in circa tre settimane. In alcuni casi però il malessere può prolungarsi e procurare molta sofferenza nei bambini e ragazzi. È importante per i genitori fare attenzione a quei piccoli segnali comportamentali e parlare con i propri figli per capire cosa li preoccupa, se si sono verificate situazioni spiacevoli a scuola o episodi che li hanno turbati.

Se nel corso dell’anno scolastico le difficoltà non si sono risolte o attenuate ma, al contrario, sono incrementati i maleseri somatici e l’irritabilità è possibile che sia sviluppato nel bambino o nell’adolescente un disturbo d’ansia scolastica. 

Si tratta di disturbi d’ansia dell’età evolutiva ed adolescenza che riguarda sempre più bambini e ragazzi, con picchi che si presentano nei momenti di passaggio del percorso scolastico: tra i 5-7 anni, all’inizio della scuola primaria, tra i 10-11 anni con l’ingresso alla scuola media e tra i 13-14 anni con il passaggio alla scuola superiore.

In questi casi il disagio emotivo è molto intenso e nasce dal normale desiderio di essere amati, accettati ed apprezzati che si accompagna ad una forte paura di essere rifiutati e ridicolizzati. Essa racchiude la paura dell’insuccesso, del giudizio negativo, il timore di non essere all’altezza della prova che si deve affrontare. A differenza dell’eccitazione e della paura che tipicamente accompagnano le nuove situazioni, compresa quella dell’inizio della scuola, l’ansia scolastica produce reazioni che sono intense, frequenti e di lunga durata.

Ma come si manifesta l’ansia scolastica? così come accade per gli adulti l’ansia si associa a manifestazioni sintomatiche, le più comuni sono: mal di testa; male allo stomaco o tensione muscolare, che spesso portano i bambini a chiedere di non andare a scuola o di uscire prima; difficoltà ad addormentarsi; vomito e febbre; crisi di pianto e panico prima di varcare l’ingresso della classe o nel momento in cui si esce di casa per andare a scuola.
Talvolta capita che i genitori interpretino questi segnali come capricci, tentativi di evitare la scuola o moti di ribellione ma, talvolta,  possono nascondere un disagio molto profondo che se non compreso e trattato può accompagnare bambini e ragazzi per molto tempo della loro esperienza di vita.

Queste manifestazioni ansiose si associano a paure profonde che cambiano volto nel corso della crescita, andando dall’ansia da separazione e la paura dell’abandono nei più piccoli, al timore di  non essere accettato dai compagni ed essere vittima di prepotenze, fino all’ansia da prestazione nella convinzione di non essere aderente alle aspettative dei propri genitori. Nei momenti di forte ansia, bambini e ragazzi hanno un’immotivata sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere, a loro stessi o ai loro cari. Risulta spesso difficile per i bambini e i ragazzi descrive o spiegare con precisione cosa provano o sentono, tale impossibilità contribuisce ad incrementare l’angoscia dando vita ad un circolo vizioso che è difficile interrompere.

L’elemento attivante è la paura dell’evento che porta con sé pensieri estremamente negativi ed angosciosi, il bambino può essere sempre alla ricerca di attenzioni e rassicurazioni, ma anche di gratificazioni che lo convincano del proprio valore. In altri casi può attivare meccanismi di evitamento di situazioni (prove scolastiche, luoghi, situazioni sociali).

Quali sono i segnali da considerare a scuola? L’ansia scolastica si manifesta a scuola tipicamente con: – eccessiva preoccupazione per le verifiche, le critiche e i giudizi; – calo del rendimento; – difficoltà ad entrare in classe; -bassa autostima; – difficoltà di concentrazione; – irritabilità; – intolleranza alle frustrazioni; – tendenza  a non portare a termine i compiti.

A cosa bisogna fare attenzione a casa? Nell’ambito domestico è importante non sottovalutare queste espressioni di bambini e ragazzi: – eccessiva preoccupazione per le prestazioni scolastiche; – preoccupazione per la puntualità; – paura di sbagliare; – mancana di fiducia; – irrequietezza; – richieste di approvazione; – disturbi del sonno.

Cosa è possibile fare? Una volta riconosciuto il forte malessere di bambini e ragazzi è importante rivolgersi ad uno specialista che li accompagni in un percorso alla scoperta delle loro emozioni, aiutandoli a riconoscerle, dare loro un nome e trovare un modo più funzionale per esprimerle. Il trattamento dei disturbi d’ansia in bambini ed adolescenti non può prescindere dal coinvolgimento anche dei propri genitori. Le manifestazioni ansiose vanno lette come  esternazione di angosce e paure sperimentate nel profondo che hanno un legame con il mondo relazionale di chi le sperimenta. Inoltre,  quando un bambino manifesta sintomi ansiosi è frequente riscontrare espressioni simili in altri componenti della sua famiglia. Le paure eccessive dei geniori spesso si trasmettono ai figli, grazie ad un percorso di sostegno rivolto a tutti i membri del nucleo famigliare, sarà possibile imparare a confrontarsi con le proprie paure,  trovare nuovi modi per trasmettere vicinanza ed affetto ai propri figli, senza limitare la loro possibilità di scoperta del mondo, allentando l’iper-presenza e l’iper protettività che, seppur mossa da  nobili intenzioni, porta spesso a concentrarsi più sulle porprie paure di genitore che sui bisogni e le necessità dei figli.

A cura di

dr.ssa Iolanda Esposito -psicologa-psicoterapeuta-

Riceve a: Firenze, Viale Spartaco Lavagnini, 12  cell. 340 3411541

 

 

IL BAMBINO ARRABBIATO

IL BAMBINO ARRABBIATO

A cura di

Dott. ssa Viola Barucci Psicologa Psicoterapeuta

Oggi parliamo del grande quesito che attanaglia molti genitori: “ quali motivi avrà mai un bambino per esplodere in attacchi di collera, sorprendenti quanto apparentemente immotivati? ” È una domanda che mamme e papà si pongono spesso senza trovare una risposta adeguata. La rabbia dei bambini allarma, sorprende, imbarazza, angoscia. Di fronte alla rabbia del bambino spesso noi genitori dobbiamo gestire e contenere non solo le sue reazioni ma anche le nostre: le sue intemperanze in noi risvegliano insofferenza, nervosismo, impotenza e un senso di smarrimento. Come reagire dunque a questa potente e importante emozione?
Il più grande problema, che abbiamo noi adulti quando i bambini si comportano male, è che la prendiamo sul personale e ci sentiamo profondamente feriti.
Bisogna dunque controllarsi e cercare il vero significato dietro ciò che sta succedendo.
Anche se lo scopo di un bambino è di farvi arrabbiare, ricordate che sta cercando di soddisfare o proteggere un suo bisogno. Vi sta dicendo qualcosa di diverso. Bisogna Guardare oltre la superficie, fare un passo indietro, un respiro profondo ed esaminare la situazione più da vicino.
Il bambino, attraverso la rabbia, vuole comunicare una sua necessità. Allora, cercate di capire cosa vi stanno chiedendo, di soddisfarli o, almeno, aiutateli ad esprimere meglio i loro bisogni.
I loro comportamenti hanno dei messaggi precisi. Quando penserete a cosa sta cercando di dirvi un bambino, il suo comportamento non vi sembrerà più così cattivo, ma imparerete a considerarlo come il modo di comunicare più efficace che conosca.
In generale, la rabbia di per sé non è un’emozione cattiva o negativa perché svolge un’importantissima funzione vitale: essa, con le reazioni fisiologiche che determina, prepara il corpo all’azione per intervenire in una situazione che non ci piace. La rabbia è un importante segnale di allarme che ci fa capire che qualche nostro bisogno non è stato soddisfatto.
La rabbia, quindi, non è un’emozione negativa da negare o bloccare, bensì un’emozione da conoscere e comprendere. Ciò che spesso è negativo, è la modalità con la quale la rabbia viene espressa e quindi le conseguenze che ne possono derivare (questo ovviamente vale anche per noi adulti!).

In particolare, la rabbia per il bambino rappresenta:
➢ Una forma di autoaffermazione: Che si ribelli, in modo anche esagerato, è la prova che tiene a se stesso e non sopporta di subire. Se ben incanalata, lo può aiutare a farsi rispettare, a non cedere ai soprusi e alle umiliazioni.
➢ È un modo per chiedere aiuto: La rabbia è il suo strumento di difesa. Se lui non andasse in collera quando ritiene di aver subito un sopruso, non darebbe un segnale della sua sofferenza e tu non ti accorgeresti di https:\/\/www.psicohera.ita.
➢ È uno strumento per saggiare i suoi limiti: Attraverso le prove di forza con i genitori, il bambino capisce i suoi limiti e, dando sfogo all’aggressività, prende coscienza di quanto danno può fare agli altri.
➢ È una richiesta di amore: Quando il bambino diventa improvvisamente aggressivo, il messaggio che sta mandando è il seguente: “Non sento di avere valore per le persone per cui vorrei averne. Mi sento sbagliato, escluso o di troppo”. Messaggio che non va ignorato o represso ma accolto, altrimenti l’aggressività rischia di crescere fino a esplodere in modo vulcanico.

Alcuni bambini riescono a calmarsi grazie a un abbraccio, che è insieme contenimento e contatto, e permette di placare l’agitazione procurata dall’accesso di rabbia. Ma l’abbraccio funziona se l’adulto è calmo e il bambino non è in preda a una crisi di panico. Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.
Ma il bambino che è in una piena crisi di rabbia non va represso: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo. Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri. Per esempio incoraggiandolo a saltare velocemente sul posto contando, fare una corsa in cortile, lanciare per terra un cuscino o rifilare un colpo al materasso. Di fronte a uno scoppio di collera, quindi, non chiedete al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più. Ragionerete insieme in un momento successivo: quando è tornata la calma. Né tantomeno urlate: alzare la voce non fa che stimolare ancora di più la sua reazione oppositiva.
Quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento. Non bisogna insomma identificare il bambino o la bambina con la sua rabbia e le sue reazioni impulsive.
È importante evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni: finiscono col rinforzare la rabbia e innescano nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.
Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto. La presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo, accettando anche quell’emozione così poco piacevole, e che, in fondo, è più forte della sua rabbia. Capita però che alcuni bambini non vogliano che la mamma o il papà rimangano con loro durante una sfuriata. E questa scelta va rispettata. Quando poi le acque si sono calmate, si può cercare capire come mai abbiano chiesto di restare soli.
Passata la furia, per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, parlate di quello che è successo e di cosa ha innescato la rabbia: la rabbia insomma deve diventare oggetto di dialogo. Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima, che come tutte le altre emozioni non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.
Un modo per parlare di rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti bambini arrabbiati. Sollecitano l’identificazione con il protagonista, con le avventure, gli inconvenienti, le peripezie e le soluzioni che prendono forma pagina dopo pagina. E dopo la lettura si può commentare insieme e chiedere quale parte è piaciuta e quale no, e perché.

Consigli pratici per il genitore

Manteniamo la calma
In pratica contieni il bambino in un luogo sicuro mentre sfoga la rabbia, senza rimproverarlo o urlargli contro, ma attendi con pazienza che si calmi da solo.
Vantaggio: vedere che non ci irritiamo aiuta a sdrammatizzare la situazione e lo tranquillizza immediatamente.
Avviciniamoci a lui
Avvicinarsi a lui lo rassicura. Inutile, però chiedergli il perché della sua rabbia specie se è molto piccolo: non saprà dircelo. Meglio usare una frase del tipo “So che sei arrabbiato, andiamo in cameretta?” Vantaggio: lui si sentirà rassicurato dalla nostra presenza e capito.
Insegniamogli altri modi
“Quando urli così, la mamma fa più fatica a capire cosa dici, la prossima volta proviamo a non gridare?”. Poi rassicuriamolo: “Vieni qui che la mamma ti dà un bel bacione…”.
Vantaggio: a volte è il modo più veloce di calmarlo.
Sbollita la rabbia, ne riparliamo
Una volta sbollita la rabbia si può chiedere al bambino cos’è che lo ha turbato a quel punto:
Vantaggio: lo aiuta a riflettere e a conoscersi meglio.

Gli errori da evitare:

Arrabbiarsi più di lui
È umano ma rischia di ritorcersi contro di noi; prendi fiato, conta fino a 10 e cerca di controllare queste reazioni: metterle in atto vuol dire gettare benzina sul fuoco. Ti metti sul suo stesso piano perdendo di autorevolezza e rinfocoli la sua aggressività senza aiutarlo.
Soffocare l’emozione
Più la reprimi, più l’amplifichi e le dai importanza. Meglio lasciarlo sfogare: come tutte le cose umane, anche la rabbia dei bambini ha sempre un inizio, uno sviluppo e una fine.
Cercare di farlo ragionare
Troppe parole rischiano di non far arrivare al bambino l’unico messaggio importante: “ci sono cose che non si fanno, picchiare i compagni è una di queste. Punto e basta”.
Punirlo severamente
Perdi la tua credibilità e non fai altro che rinforzare i comportamenti che intendi sradicare.
Prenderlo in giro
In questo modo si sentirà incompreso, provocato e umiliato anche dalle persone da cui si aspetta rispetto.
Linea dura solo se…
Ci sono situazioni nelle quali la rabbia del bambino sfocia in vere e proprie crisi nelle quali rischia di perdere il controllo e di farsi del male. In questi casi la cosa più importante è fare sentire al bambino che, se lui non è capace di tenere a bada ciò che lo fa infuriare, noi sappiamo farlo per lui. Occorrerà intervenire in modo deciso, lasciando i discorsi a quando la tempesta sarà passata. Lo stesso tipo di intervento risulterà efficace anche se abbiamo a che fare con un bambino dalla personalità molto forte, tendenzialmente impulsivo e focoso. In questo caso mantenere una linea coerente e tenergli testa è molto importante.
Bloccalo fisicamente
Quando un bambino è travolto da un impeto d’ira, sente di non riuscire a controllarsi. Il fatto di essere bloccato con fermezza viene da lui interpretato come un segno che ci si preoccupa di lui.
Vantaggio: gli offre confini protettivi soprattutto quando diventa fisicamente aggressivo (dà pugni, calci, non riesce a stare fermo).
Usa un tono fermo senza urlare
Se fa i capricci o è aggressivo, l’unica cosa che funziona è dargli uno stop fermo con il tono della voce pacato ma inflessibile. Il messaggio è: “Non ci sono spazi di trattativa. Questo non si fa, punto”. Vantaggio: lo rassicura, lo aiuta a confrontarsi con la frustrazione e ad accettare l’autorità.

In base alla mia esperienza nel lavoro con le famiglie e con i genitori, emerge molto frequentemente che il bambino arrabbiato esprime talvolta un disagio che appartiene alla famiglia intera. Capita che il bambino esprima la rabbia al posto di qualcun altro (madre o padre), che si faccia quindi portavoce di un conflitto che stanzia all’interno della coppia dei genitori ma che essi non riescono ad esprimere apertamente. In questo caso, il bambino manifesta il malessere di uno o entrambi i genitori. Al contrario, ci sono invece molto casi dove il bambino assiste frequentemente a conflitti (come nel caso di coppie in crisi, separate o in via di separazione) e per questo esprime il suo disagio attraverso la rabbia (questo è anche un modo per attirare l’attenzione su di sé). Infine, spesso accade che i genitori non riescono a rappresentare un fronte comune nell’arginare la rabbia del figlio e questo purtroppo non aiuta il bambino che non si sente contenuto da entrambi i genitori, ma al contrario sente di metterli in difficoltà e ciò crea soltanto un aumento ulteriore della rabbia (di tutti…).

Inoltre, bisogna sempre andare ad indagare che cosa rappresenta per me genitore la rabbia? Che rapporto ho con essa? Quanto mi permetto di esprimerla? Quanto mi permettevo di esprimerla con i miei genitori? Quando mio figlio è in preda a una crisi di rabbia, che cosa succede dentro di me? Mi sento inadeguato come genitore? Oppure? Che dinamiche interne mi si riattivano?

Queste sono dinamiche molto importanti da considerare, il bambino arrabbiato ci dice e (insegna) tante cose, bisogna saper leggere dietro a questa emozione e rivolgersi a qualcuno che possa aiutare a gestire la rabbia del figlio e la propria.

A cura di

Dott.ssa Viola Barucci

Psicologa – Psicoterapeuta Specializzata in Psicoterapia Familiare, Coppia, Individuo. Ordine degli Psicologi della Toscana n° 6386

Riceve:
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Cell. 3496418848 Email violabarucci@gmail.com violabarucci@psypec.it